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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:53
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VIAGGIO IN INDIA

Viaggio in India*

di Giorgio Schivo

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Dopo il lungo viaggio arrivai in India, dall’aeroporto raggiunsi l’albergo con un taxi, il giorno un pullman mi trasportò nel sud est, poi ancora un sidecar artigianale mi portò in un piccolo resort, perso fra gli alberi e nascosto fra verdi colline.
Ero da solo.
Appena arrivato depositai il mio piccolo bagaglio ed un signore indiano mi condusse sulla sponda del fiume, lì aspettava un ragazzo, era a piedi nudi e vestiva una casacca rossa sbiadita ed un paio di calzoncini verdi. Il vecchio disse qualcosa al ragazzo, io non capii. Il vecchio se andò, dicendomi in inglese che ci saremmo visti più tardi. Con fare servizievole e a gesti il ragazzo m’invitò a salire su una canoa, anzi una specie di canoa ricavata dal tronco di un albero scavato. Il fiume era calmo, praticamente piatto, a mala pena si riusciva percepire la direzione dell’acqua.
Ero sopra, l’imbarcazione lunga circa un metro e mezzo traballava non poco, il ragazzo mise i piedi in acqua e spinse lontano il legno, poi salì delicatamente, non si percepì nessuna vibrazione. Iniziò con lentezza ma energicamente ad usare una pagaia, una volta a destra ed una volta a sinistra, e così iniziammo a muoverci probabilmente seguendo il corso del fiume. Il ragazzo era sorridente e silenzioso, poi non sapeva l’inglese, non potevamo comunicare, io mi guardavo intorno, lui ogni tanto smetteva di guardare davanti per alzare gli occhi al cielo ed a volte anche a destra o a sinistra, ogni tanto sollevava un braccio e puntava il dito, in acqua o verso qualche albero per mostrarmi un pesce od un volatile che io mettevo a fuoco sempre troppo tardi.
Remava in silenzio, anche se ogni tanto lo sentivo parlare fra sé e sé come se stesse recitando delle preghiere, o come se parlasse con qualcosa, difatti spesso passavamo sotto alcuni rami che partendo dal tronco a bordo del fiume si protraevano fino sopra al corso d’acqua e lui era solito alzare un poco la voce, come se parlasse con loro. Il paesaggio non mutava, era ricco di alberi dal fusto piccolo ricchi di fiori, così come l’erba verde, di un verde lucido, mista a viola, rosso e giallo.
Anche il mio olfatto era rapito da un odore fresco di primavera, di una nuova primavera fatta di profumi che non mi ricordavo di aver sentito, in alcune anse del fiume, dalla parte destra alcune rocce alzavano la riva, creando alcune zone d’ombra, dove si percepiva più forte l’odore di umido, di muschio, di acqua stagna che mai diventava puzzo, in quell’ombra l’acqua del ruscello placida e poco profonda sembrava diventare abisso, profondità e mistero. Il ragazzo sapientemente muoveva la canoa, sembrava diretto in un punto preciso, io non sapevo nulla né perché ero lì, né dove eravamo diretti. Dopo tutti quei giorni di viaggio ero spossato, cercavo di calarmi il più possibile nel mondo circostante, affinché la lontananza dalle mie comodità non creasse nella mia mente un focolaio d’ansia che sicuramente sarebbe arrivato allo stomaco, costringendomi a spasmi ed eventualmente ad una evacuazione. L’acqua era sempre limpida e calma, vedevo sul fondo i ciottoli, non ci sarà stato più di metro di profondità. Il greto del corso d’acqua mostrava pietre levigate più opache, che appena venivano bagnate riacquistavano i colori vividi che io vedevo sul fondale, erano silenziose ed ordinate, senza spigoli o tagli. Riuscivo quasi ad essere entusiasmato da quella natura bucolica, diversa per tipologie dalla nostra, altre piante, altri suoni, altri profumi, poi c’è da dire che io non sono mai stato un gran amante dei boschi o del verde, ero solito contemplare la natura tramite i molteplici documentari che riproduceva la televisione satellitare, al pomeriggio.
S’immagina sempre di scorgere con gli occhi di un bambino viziato dai troppi input della nostra società, qualcosa di eccezionale come un grosso pesce o chissà quale animale perdendo di vista la visione d’insieme.
Ero stanco.
Ero coinvolto, ma per scelta.
Avevo paura, come sempre.
I pensieri mi portavano ad avere nostalgia di quella vita di merda che vivevo in Italia, costretta, obbligata, ansiolitica, sconfitta, e deprimente. Ancora mi tornavano in mente la paura del decollo, le due notti prima, insonni, sterili da qualsiasi tipo di pensiero, gli occhi sbarrati, il senso di cercare nulla, d'altronde non cercavo nulla, dovevo fare quindici giorni, da solo, non cercavo me stesso, non cercavo la Verità, era solo, ateo ed impaurito. A volte i miei occhi osservavano la serenità di quel ragazzo che conduceva quel legno con semplicità e maestria ed era entusiasta come fosse stata la prima volta, era stupito più spesso di me da ciò che sicuramente aveva visto almeno un migliaio di volte. Io ero solito guardare dentro di me due volte e fuori di me una volta sola, senza la volontà di conoscermi ma solo con lo spirito di controllare che tutto andasse bene, mi perdevo il mondo, mi sentivo sempre sull’orlo del precipizio, avevo, dopo ogni verifica interna, il terrore di apprendere che era giunto l’inizio della fine.
La canoa ed il fiume ci conducevano in uno stretto dove la riva spariva lasciando spazio a due alte pareti di rocce, ricche di muschio e qualche piccolo arbusto cresciuto miracolosamente in qualche interstizio di roccia riempito di terra dal vento. Un lieve refrigerio era un sollievo, un po’ d’ombra, un po’ di scuro colorava anche l’acqua che in quel breve passaggio palesava maggiormente la direzione della corrente. Il ragazzo con le mano toccava le rocce dopo aver per un attimo appoggiato la pagaia a bordo.
Mi veniva da piangere.
Sentii quel refrigerio, poiché ero teso in particolare nella zona addominale, arrivò un brivido, un messaggio, poteva incrementare la mia paura, allora chiusi gli occhi e gli riaprii, vidi su una roccia una grossa ragnatela, organizzata come una tana, come un imbuto fatto di stoffa, come un baco, raccolto nel nucleo si vedeva solo nero, ma appena fuori da quel colore scuro riuscii a scorgere una grossa zampa, era un ragno a giudicare dall’arto anteriore, era di grosse dimensioni. Mi spaventai, in compenso rinviai quell’accenno d’ansia che si stava per impadronire di me poco prima.
Ero solo, ma volevo essere solo.
Il ragazzo iniziò a gesticolare, io non capivo, poi piano, piano, mi sintonizzai, anche lui m’indicava quella tela, ora mi voltai, e vidi ciò che già prima avevo preso in considerazione. Poi il ragazzo, quasi avesse compreso il mio disagio, a gesti mi fece capire che eravamo arrivati, era passata circa mezz’ora dalla partenza. Finito quella parte di rocce il fiume si allargava di nuovo e mano mano che le pareti si distanziavano di fronte a noi si percepiva che il ruscello si stava aprendo.
Avevo il cuore in gola.
Rimasi a bocca aperta.
Il fiume terminava in un piccolo lago di forma ovale, circondato da alti alberi per tutto il perimetro a parte nella zona frontale dove il rio proseguiva, scendendo senza creare un cascata ma sicuramente delle rapide, poiché quel laghetto era come fosse in cime ad un montagna, come fosse pensile, poiché sotto costeggiando leggermente l’emissario senza avvicinarci troppo poiché la corrente avrebbe rischiato di catturarci, si vedeva una vallata verde, ricca di alberi e maculata dal color legno di qualche casa che mostrava più in là un villaggio. Ci girammo per tornare indietro, il ragazzo guadagnò di nuovo l’acqua placida e, tornando all’immissario, attraversò centralmente lo specchio d’acqua, in mezzo c’era come una piattaforma tre metri per tre metri, sopra una piccola casupola alte massimo un metro, era come un'edicola, ma non iscritta in un muro. Dentro c’era un tronco d’albero avvolto con alcuni tessuti vecchi ed usurati come vecchi vestiti. Il ragazzo mi disse di stare lì, attraccò, s’avvicinò a quell’idolo ed iniziò a pregare, parlava con un tronco d’albero avvolto di stracci, stette lì circa dieci minuti. Poi si girò e venne verso di me mi diede la mano e mi condusse sopra quella piattaforma fatta di tronchi annodati, e mi mostrò da vicino quell’altare con il suo Cristo di legno, io non sapevo cosa fare, non sapevo cosa dire, osservavo quel simbolo e nulla pervase nemmeno per un attimo il mio animo. Mi voltai: il ragazzo piangeva, fissava quel tronco e piangeva, poi iniziò a pregare ad alta voce ed iniziò a ridere con le lacrime, mi prese di nuovo la mano, e la strinse, poi mi abbracciò, le lacrime scomparvero, rimase solo il riso, sintomo di alcuni attimi di grande felicità sincera che senza imbarazzo gli veniva fuori, anche se io ero lì, lui non si sentiva stupido e tanto meno guardava me come un stupido. Io ero lì, accennai un sorriso ma non capivo, un attimo dopo con il dito mi indicò qualcosa fra gli alberi sulla riva del lago, giuro, io non vidi nulla, allora guardai lui che con gli occhi seguiva qualcosa, per circa trenta secondi, poi si voltò e mi mimò ciò che aveva visto, alzò le braccia e poi diresse le mani sopra la testa alzando due dita per mano, come volesse descrivere un essere con delle corna, poi dopo riguardò più verso sud ed ancora sembrava seguire qualcosa con lo sguardo. Io non capivo, io non capii, e non capisco nemmeno ora dopo tre anni, ogni tanto ci ripenso, di rado, non ho visto nulla, ma il ragazzo sono sicuro vide qualcosa.
Rimasi lì incantato, però, per un attimo sincero della mia vita, rimasi stupito, sbigottito, a bocca aperta, per un attimo ho persino pensato che nella vita avevo sbagliato tutto, cosa che penso spesso, ho visto la gioia, la felicità e la fede, anche se per poco. Magari c’era un cervo, per un secondo, ed io in quel secondo mi stavo scrutando dentro per controllare che tutto andasse bene.
Tornammo al villaggio il ragazzo, cantava felice, la fatica di remare al ritorno era un pochino più accentuata ma il ragazzo sembrava potesse volare.

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