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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:50
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USURA DI LOCALITÀ LACUSTRE

Usura di località lacustre*

di Simone Arnaboldi

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Immaginate una spiaggia inghiottita dalla risacca. Una spiaggia ostile ai bagnanti, con termitai di rifiuti e una moquette di pietre e cocci smussati; immaginate che una raffica prepotente di tramontana la pettini, che raspi alla battigia un granello di sabbia insignificante; immaginate ora quel pulviscolo in balia delle folate, vorticare nei mulinelli, ascendere, precipitare, riguadagnare quota: per migliaia di chilometri, soffiato verso oriente di turbine in turbine, fino a depositarsi sull’argine di un lago; immaginate ora che intorno al chicco di rena altri sedimenti s’aggreghino, sagomando il profilo assorto di un vecchio. Attribuite qualche connotato a quel simulacro d’uomo per distinguerlo seppur sommariamente da un pupazzo: gli occhi cisposi e scuri, le ciocche brizzolate che affiorano sotto la falda del cappello da capitano, una smorfia di denti dorati, che sono attraenti a queste latitudini. Computarne l’età sarebbe un esercizio stucchevole; a Moynaq, sulle sponde del lago d’Aral, le fisionomie come le esistenze si degradano in fretta, sferzate dai quarzi e dall’arsura.
La cittadina è un tipico agglomerato balneare di villeggiatura, con isole di cottage scandite da angusti viottoli, che offrono un ombroso sollievo a chi voglia raggiungere la riva… solo che il lago si è ritirato da Moynaq venticinque anni prima, prosciugando un immenso cratere del quale si è impossessato il deserto; le carcasse dei pescherecci marciscono ormeggiate grottescamente ai moli del porticciolo interrato.
Aleggia un’afa opprimente di desolata rassegnazione tra le scheletriche figure degli abitanti che vagolano, come se la decadenza delle cose e delle persone fosse stata ineluttabile, annunciata dalla scomparsa dell’acqua; bisognava semplicemente pazientare che il tempo, trascorrendo, la materializzasse negli intonaci scrostati, nella polvere che s’insuffla dalle narici, nei cartelloni pubblicitari che, sempre più sbiaditi, ancora reclamizzano l’età dell’oro, nei corpi emaciati.
L’anziano sofferma il proprio sguardo disilluso sulla coppia di turisti che s’aggira incuriosita tra la ruggine dei relitti: ora sbucano un sorriso fotogenico dall’oblò di un’imbarcazione consunta, ora s’atteggiano a napoleoni sul ponte reclinato di una chiatta; altri testimoni – riflette con amarezza –, altri occhi impietositi dal dramma della siccità per l’arco di una mezza giornata.
Scruta quindi gli argini erosi di un canale. Quelle trincee, ridotte a rogge, gli ricordano l’ultimo disperato tentativo di preservare un collegamento con il lago in rapida evaporazione e con le sue risorse economiche: però il 1982 fu teatro di una tragedia, la flotta s’impantanò, non riuscendo più a ripiegare…
… ma il passato è scritto, gli immissari vennero spolpati per irrigare i campi di cotone giù nel sud…
Si sono smarrite in rivoli di tortuose chiacchere le tante promesse a cui ha creduto; in lui alberga ormai l’affanno di una vita sprecata a fissare l’arido bacino di un lago, l’ossessiva e fallimentare caccia ad un presagio d’inversione.
Forse, medita, strofinando l’ispida peluria delle gote quasi a cavarne un auspicio, forse questa volta…
Immaginate che il vento, rimpinguato, morda la sabbia con ondate rabbiose, spazzi le chiome rachitiche degli arbusti, conquisti in un baleno la ripa alla quale l’antico uzbeko s’aggrinfia; immaginate quel vento mentre ne sfarina le fragili ossa, lo destruttura in un amorfo tumulo di fango…
I pensieri dell’uomo sfumano, un granello di sabbia si libra, la pagina torna silente.

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