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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:53
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UNA STAZIONE

Una stazione*

di Francesca Mioli

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Una stazione. Dei treni fermi ai binari. Una fiumana di gente. Una mandria inferocita e scalpitante. Chissà dove se ne andranno tutti così di corsa. Tutti con sguardi tristi e torvi.
Cielo di topazi a tratti interrotto da nuvole di perle. È bene che me lo imprima per bene nella memoria. Per un po’, credo, non ne vedrò uno simile. Me ne vado a Stoccolma. Da sola. Abbastanza lontano da qui.
Per non pensare a tutto ciò che mi opprime che mi toglie il respiro… non so quanto starò via. Magari il tempo di realizzare quanto siano indispensabili la mia famiglia i miei amici la mia casa il mio lavoro i miei libri. Non so quanto mi ci vorrà. Ora me ne vado con questa valigie piene di cose inutili e non so quando tornerò. Magari non torno...
Vita normalissima la mia. Lavoro (tanto), faccende domestiche (lo stretto necessario), pranzi e cene dai miei per farli contenti, qualche serata in compagnia degli amici. Una vita normale. Un po’ troppo direi. È il momento di darci un taglio, di tagliare il cordone ombelicale. Osare... saltare il fosso. Sfidare me stessa. E un destino che sembra già segnato. Io non credo al destino. Tutto dipende da noi. Tutto ciò che accade accade solo perché noi agiamo in modo da farlo accadere. Qualcuno, un tempo, disse che l’uomo è artefice del suo destino. La mia vita, il mio futuro dipendono soltanto da me...

“… veo al final
de mi rudo camino
que yo fuì el arquitecto
de mi propio destino.
Que si extraje las mieles o la hiel
de las cosas fuè, porque en ellas
puse hiel o mieles sabrosas.
Cuando plantè rosales
coseche siempre rosas… " (Amado Nervo).

Sono le 8:17. Il treno si avvicina sbuffando. Speriamo che un animo nobile aiuti una fragile delicata fanciulla a caricare le valigie... Eccomi finalmente seduta. Vicina al finestrino. Le valigie sono disposte ordinatamente sopra la mia testa. Il biglietto è nella tasca destra della giacca. Il libro appoggiato sul sedile vuoto accanto.
Voglio gustare appieno questo momento. Cosa significa partire. Allontanarsi da tutto ciò che conosco da sempre. Lasciarmi alle spalle la stazione le case il cimitero la vecchia fetida ciminiera...
Ora dopo ora, un treno dopo l’altro il lontano nord è a un passo da me.
Mi sembra di scorgere e sfiorare la torre di vetro della piazza Sergels Torg. È notte ormai. Sono stanca. A pezzi. Avevo delle ferie arretrate. Sono stanca… del lavoro che faccio della monotonia dei miei giorni delle stesse facce.
Sono arrivata. Città deserta. Fredda. Poche auto per strada.
Sicurezza sicurezza sicurezza... un bisogno grande senza limiti di sicurezza, di certezze nei giorni che scivolano via come foglie trasportate dal vento autunnale. Che ci faccio tra questi vichinghi?
Dovrei cercare il quartiere di Sodermin o giù di lì. C’è un bed&breakfast laggiù.
In fondo sai che penso, è da vigliacchi fuggire da ogni cosa così… scaraventare giù dal tavolo tutti i pezzi del mio puzzle, cancellare con un colpo di spugna i punti fermi della mia vita.
Nella mia casa con la mia famiglia con i miei amici. È là che dovrò ingaggiare un duello totale con un destino che sembra già segnato. Io non credo al destino. Io posso cambiarlo. Reinventarlo… Sai che faccio... è notte è tardi ma non troppo notte non troppo tardi per provare a plasmare questo mio futuro. Quasi quasi torno indietro… C’è sempre tempo per portare la mia vita a fare un giro intorno al mondo, andare lontano. Ma non per scappare. Non per dimenticare, cancellare ma per vedere cosa c’è più in là... imparare sperimentare… con la mia famiglia i miei amici il mio lavoro i miei ricordi dentro e non fuori di me.

“Un uomo percorre tutte le strade del mondo per trovare ciò che gli serve, ma deve tornare a casa per scoprirlo”. (G. E. Moore, filosofo inglese)

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