HOME  |  NEWSLETTER  |  FACEBOOK  |  FLICKR  |  YOUTUBE  |  TWITTER  |  CONTATTACI  |
venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:50
Ricevi tutte le novità del nostro sito web direttamente nella tua E-Mail, iscriviti alla nostra newsletter !

 
UN GIORNO A DUBLINO

Un giorno a Dublino*
di Silvia Seracini
 
* Il racconto è stato pubblicato nell'antologia Racconti nella Rete® 2003 a cura di Demetrio Brandi, edita da Newton Compton Editori
 
“How sick, sick, sick I am of Dublin! It is the city of failure, of rancor and of unhappiness.
I long to be out of it” (James Joyce, 22 August 1909)
 
Dublin, Bloomsday[1] (June 16th)
 
Non si può certo dire che sia bella.
Il punto è che non si cura affatto.
I capelli, per esempio. Li ha sempre un po’ unti, appiccicati al viso. Se li taglia da sola, li lava e li lascia asciugare all’aria, così come viene. Credo che le altre vadano dal parrucchiere, di tanto in tanto. Lei, da che la conosco, non c’è mai andata.
I lineamenti del viso sono fortemente asimmetrici, zigomi dolci e un naso forte, sopracciglia troppo sottili e bocca violentemente marcata.
Mai un filo di trucco.
 
Con questo, non si può neanche dire che sia brutta, e comunque io proprio non riesco a resisterle.
Il colore degli occhi, ad esempio, è grigio, ma non sono occhi di un grigio spento.
Le mani, poi, non sono certo affusolate, ma sono mani forte e calde. Mani da uomo, quasi, comandate da un cervello da donna. Il massimo, per quanto mi riguarda.
 
Da noi faceva troppo caldo e lei non faceva che sudare, con quella pelle che ora mi sembra più liscia, più turgida, come di gomma umida. Superficie di uovo di rettile.
Qui stiamo meglio, anche se non fa che piovere.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Lei si muove sempre, ed ora anche di più. Sarà perché sono in due, adesso.
Mi riesce molto difficile pensare all’altro, al piccolo. In lei sembra esserci lo spazio per accogliere tutto, mentre a me risulta impossibile far rientrare nell’inquadratura del mio cervello anche solo un dettaglio del suo sguardo, tanto lo trovo inondante.
 
Questa donna mi fa impazzire.
Quando comincio ad accarezzarla, non riesco a smettere. È come se ogni volta avessi a che fare con un'altra donna, anzi: con altre donne. Solo una volta ho provato a spegnere la luce, e ho avuto paura che fossero entrate altre persone nella stanza, tanto mi sentivo avvinto su ogni fronte.
Eppure è piccola di corporatura, ma con quelle mani riesce ad arrivare ovunque.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Sono di nuovo alla finestra, ma non è propriamente di aria che ho bisogno. Sto solo cercando di… diluirla.
È ancora più intensa di prima, di quando la frequentavo le prime volte e già avevo l’impressione che mi svuotasse irrimediabilmente di me, per riempirmi di lei.
Una donna straripante, inesauribile.
 
C’è una mappa di Dublino distesa sul letto. Strano: sulla carta il mare è così evidente, un’enorme macchia celeste. Eppure non riesco a percepire quella particolare sensazione di trovarmi in una città di mare.
 
Mi chiama per indicarmi sulla mappa la localizzazione del Museo di Scienze Naturali, sul lato Ovest di Merrion Square. Dice che vuole assolutamente visitare la collezione di animali imbalsamati che sono conservati là. Dice che anche lei si sente un po’ un’animale imbalsamato, con un’esagerazione di imbottitura a livello della pancia. Ride, facendo riferimento ad un certo Norman Bates[2], ma io proprio non riesco a ricordare cosa abbia scritto, e comunque non mi dà il tempo per pensarci.
Con una mano si è insinuata sotto la mia T-shirt. Risale veloce dall’ombelico fino al collo, poi comincia a scendere. La vorrei fermare, questa volta.
 
Ora la mappa è accartocciata, percorsa in lungo e in largo da due corpi che non si sono allontanati da un letto.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Un corteo[3] di persone di persone sta passando sotto la finestra. Sembra una processione, ma non vedo sono simboli religiosi.
 
Lei si è messa a leggere un libro. Non riesco a smettere di guardarla. Sfoglia le pagine in avanti, e poi all’indietro, gli occhi che divorano disordinatamente le righe.
Ogni tanto mormora qualche frase in inglese…
 
Non le ho mai chiesto dove abbia imparato a parlare tutte le lingue che conosce.
 
… e poi si morde le labbra, inarca le sopracciglia, si scosta dalla fronte una ciocca di capelli.
Assorbe il libro, così come tutto il resto.
È così che si ricarica: bevendo energia da tutto quello che fa.
Non posso proprio smettere di guardarla.
 
D’improvviso chiude il libro, facendomi sobbalzare.
Non mette il segno per ricordarsi il punto a cui è arrivata con la lettura: lei smette e comincia tutto senza un’apparente logica, anche se è altrettanto evidente che ci sia una solida architettura a reggere la potenza del suo caos.
 
Con quel suo modo assolutamente incurante di trattare le cose, scaglia il libro in fondo al letto, facendomi capire che ha fatto spazio per me.
Non mi resta che arrendermi alla voracità di un’altra delle sue letture.
 
Non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse succedere. È la prima donna riguardo alla quale non ho bisogno di chiedermi nulla.
Forse perché è così straordinariamente complicata da lasciarmi appena il piacere di percorrerla semplicemente.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Ci hanno portato la colazione tipica irlandese in camera.
Non sono riuscito a seguire bene i loro discorsi (io conosco poco l’inglese), ma credo di aver capito che la nostra host lady – una signora giovane, dal corpo grassoccio e dalle mani stranamente ossute – avrebbe molto cortesemente preferito che noi scendessimo nella dining room, ma lei si è scusata dicendo che non se la sentiva, mentendo sul fatto che sta poco bene, per via della gravidanza.
A giudicare da come, poi, ha divorato salsicce, patate e pomodori, imbrattandosi di uova la camicia da notte, proprio altezza della pancia, non posso che dichiarare che in realtà sta veramente bene. Benissimo.
 
Mi ha chiesto di aiutarla a togliersi la camicia da notte sporca di uova.
Che strano: quando la camicia non è sporca, solitamente riesce benissimo a toglierla anche senza il mio aiuto.
 
Il suo corpo riempie la stanza di grigio e di rosa, in vorticoso moto. È strano come, nel vortice, riesca a soffermarmi su alcuni dettagli: residui di smalto rosso sulle unghie dei piedi e delle mani, una caviglia gonfia, dalla pelle lucida e tesa, una ciocca di capelli che le squarcia il collo sottile.
Mi incanta il suo essere incessantemente mutevole, come un cielo grigio attraversato da una carovana di nubi profughe, in fuga verso chissà dove.
È una mutevolezza che non innervosisce, anzi. Le non è affatto una donna nevrotica.
Mi rilassa stare con lei, percorrerla e farmi percorrere piano, senza dover cercare niente, ma trovando sempre qualcosa di caldo.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Lascio riposare i miei occhi facendoli vagare fuori della finestra. Scostando la tendina di pizzo mi appare il solo quadretto della strada umida, che emana pioggia, attraversato questa volta da uno dei furgoncini della Guinness, carico di fusti con cui rifornire i pub.
Chissà se passerà anche un furgoncino che distribuisce latte.
No, non passa.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Sono di nuovo alla finestra. Comincia ad imbrunire, e non ha ancora smesso di piovere. Ora però la pioggia sottile cade al tempo di una musica di violini e cornamuse. C’è un pub, sul lato opposto della strada. Ecco, proprio ora un ragazzo dalla barba rossiccia, con un astuccio rettangolare di pelle sotto braccio, sta attraversando l’ingresso del locale.
La musica, per un attimo, si fa più forte, poi torna ad essere diluita dal silenzio dell’acqua.
 
Ieri ha insistito per comprarsi una bottiglia di whiskey. Le ho detto che deve regolarsi, che non deve correre rischi perché è incinta.
Lei continua a ripetermi che l’unico rischio che non vuole correre è che suo figlio sia astemio.
Mi avvicino per toglierle la bottiglia di mano, lei mi lascia fare.
 
Adesso mi aggredisce da dietro. Sento il suo sorriso dietro di me. Arriva prima la pancia, il cui contatto con la mia schiena mi fa irrigidire. Non posso non avere paura di poterle fare male, eppure lei non sembra curarsene affatto. Ecco, in un balzo è sopra di me.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Alla finestra. Mi volto. Lei sta dormendo. Il suo corpo, che ne contiene un altro, sembra complessivamente statico, ma riesco a percepire le innumerevoli micro-esplosioni che lo stanno animando internamente.
Mi vengono in mente le bollicine della Guinness di ieri sera, la “black stuff”, come l’ha chiamata lei, spiegandomi a modo suo che l’assenza del processo di pastorizzazione comporta un maggior tempo di stabilizzazione della birra stessa.
Chissà se lei un giorno si stabilizzerà… Per ora da un lato non me lo auguro, dall’altro sarei curioso di vederla. Prenderei tutto, se si tratta di lei.
 
Steso accanto a lei, la guardo mentre continua a dormire, con le palpebre che pulsano sotto la pressione dei suoi occhi inquieti. Riesco ad immaginarli, i suoi occhi, frementi come bambini messi a letto in punizione, che si consolano inventandosi mondi di indiani sotto tende fatte di coperte.
Spalanca gli occhi verso di me, come se mi avesse sentito parlare, e mi allunga un mezzo sorriso.
Si avvicina, e sembra innervosita dalle distanze a cui sembra costringerci la sua pancia. Ma il suo broncio si dilegua nello spazio dello spostamento d’aria del sollevarsi della sua mano, in leggero volo verso di me, prima di planare delicatamente sul mio viso. Solo quando la sento toccarmi riesco ad avere l’esatta percezione di quanto la mia pelle sia ruvida.
 
Sta ancora piovendo, aspettiamo per uscire
Ormai la strada umida riflette solo lo scuro della notte. A letto, al buio, sembra veramente più piccola, una bambina. Ora fra le braccia li tengo entrambi, creando una sponda al loro sonno leggero. Ho come l’illusione di trattenere due piccoli fili d’aquilone fra le mani, ma in realtà sono loro che stanno sorreggendo in piedi me.
 
Se mi chiedete se questo sia amore, io non saprei proprio cosa rispondervi. So solo che da quando l'ho vista la prima volta, non mi sono più chiesto nulla. So anche che è passato un altro giorno con lei. A Dublino.
 
 
 
 


[1] Bloomsday (il 16 di Giugno) è una ricorrenza celebrata dagli ammiratori di Joyce in almeno sessanta paesi di tutto il mondo, ma ovviamente il luogo in cui viene festeggiata in modo più sentito è proprio la città di Dublino. Qui, infatti, gli eventi della giornata di Leopold Bloom, il protagonista dell’Ulysses, vengono replicati da chiunque voglia partecipare, ed è possibile seguire il suo itinerario attraverso tutta la città. All’ora di pranzo, ad esempio, ripercorrendo le gesta di Bloom, è tradizione fermarsi al Davy Byrne’s Pub, in Duke Street, per un bicchiere di Borgogna e un sandwich al gorgonzola. Nel pomeriggio, l’Ormond Hotel, dove Bloom fu tentato dalle cameriere nel capitolo delle Sirene, è il punto di ritrovo per una pinta di birra. Le celebrazioni per il Bloomsday includono letture dell’Ulysses ed altre attività letterarie, oltre che costituire un ottimo pretesto per brindare con qualche pinta di Guinness.
[2] Si tratta del protagonista del celebre film Psycho di Alfred Hitchcok. Nel film Norman Bates vive in compagnia della madre, morta e imbalsamata.
[3] Durante le celebrazioni per il Bloomsday, come già accennato (si veda la nota 1), la città di Dublino diventa lo scenario per la replica del percorso seguito da Leopold Bloom nella giornata del 16 Giugno 1904, e riportato ora per ora nell’Ulysses di Joyce secondo lo schema dell’odissea di un Ulisse dei tempi moderni.
HOME  |  NEWSLETTER  |  FACEBOOK  |  FLICKR  |  YOUTUBE  |  TWITTER  |  CONTATTACI  |
SCHIOLIFE.COM - Event Marketing
P.I.: 03412980249
E-Mail: