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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:53
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SOTTILE

Sottile*

di Michela Ravelli

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Sullo sfondo della città straniera piena di luci e colori, Marta vaga senza meta.
Improvvisamente si ritrova in un cortile silenzioso.
È entrata per caso, in fuga dai rumori della città ebbra di vita, alla ricerca di un attimo di pace, di una sosta dal lungo errare. Ormai da ore cammina senza fretta tra le strade affollate di questo paese così diverso dal suo, osservando visi dai tratti esotici e affascinanti. Nessuno la vede, nessuno la guarda negli occhi. È invisibile al mondo e per il mondo, e lei ama questa sensazione di indifferenza, gode della freddezza del branco che non la riconosce. Marta sa che potrebbe cadere e finire calpestata. Ma non le importa. Il rumore però la infastidisce, il chiacchiericcio della folla, i clacson, lo stridere della vita la sfinisce. E si ritrova qui, quasi guidata da una mano misteriosa, marionetta nelle mani di un burattinaio dispettoso. Non sa come è arrivata, e non le interessa. È dentro un quadro, una visione, è parte dell’opera perfetta che l’artista ha finito or ora di dipingere.
Sa di essere il tocco finale, la firma del pittore malinconico che ha ideato la cupa cartolina.
Nell’imbrunire della sera, l’occhio subito vede la panchina di legno marrone posta all’entrata del cortile, invito al riposo del viandante affaticato. Lei si siede, con timido rispetto, e lentamente volta la testa alla ricerca di altre anime sperdute. Ma Marta è sola, e trae un profondo respiro liberatorio consapevole di avere smesso di respirare. Le narici si riempiono di un profumo forte e inebriante, dolce all’eccesso. Il cortile è invaso dai fiori di pesco, gli alberi porgono i loro rami stracolmi con sfacciata insolenza, mostrando al mondo la loro sublime perfezione. Il cortile è un quadrilatero di dimensioni contenute, e al suo interno si può osservare un intrigante gioco di colori realizzato unicamente con sabbie di gradazioni differenti, dal bianco al nero, dal rosa al cremisi, dall’ocra al marrone. I granelli si fondono a volte, ma poi sembrano ricompattarsi come dotati di vita propria. 
Marta osserva per minuti, forse ore, forse giorni, il tempo non ha più alcun valore. Il disegno è incomprensibile dinnanzi ai suoi occhi poco allenati. Cerca di identificare le immagini, come quando da bambina tentava di riconoscere nelle nuvole le forme degli animali. Ma non vede nulla, ormai sono anni che non vede più niente intorno a sé. Osserva, analizza, pensa di guardare con attenzione, ma la realtà entra ed esce da lei come un fiume che ha rotto gli argini. Ai bordi del quadrilatero, prima che la sabbia lasci il posto alla terra su cui poggiano le salde radici degli alberi di pesco, s’intravedono strisce di legno chiaro, che impediscono alla sabbia e alla terra di confondersi e disperdersi, poste per difendere la perfezione dell’insieme. Su queste righe brillano piccole candele luminose, che, calata ormai la notte, mosse dal vento giocano con i rami festanti. Marta le osserva per un po’, le conta, sono trenta, quaranta, cento, più probabilmente mille. Poi posa di nuovo gli occhi sul disegno misterioso, e improvvisamente vede. La vita, la morte, la gioia, le speranze disilluse, le vittorie, le sconfitte, l’amore, le violenze, l’abbandono. È tutto lì, nel cerchio perfetto bordato di grigio, nella spirale dalle mille luci, nel rigore del rombo rosso sangue, nella dolcezza delle mille righe sottili. Quando alza gli occhi rigati di lacrime di terrore liberatorio, sussulta dinnanzi all’evanescente figura materializzata poco distante da lei. Esattamente nel centro del cortile, miracolosamente intonso e inviolato. Nulla è stato toccato, il disegno magico continua a splendere nella sua gelida perfezione. Il fantasma è lì, immobile. E le sorride. Marta la guarda incantata e piena di terrore, ma non si muove perché teme che la visione possa sparire. Il viso bianco come la porcellana, i capelli neri raccolti nella complessa e affascinante pettinatura che le Geishe portano da tempo immemorabile. Un pettine intarsiato di tartaruga bianco riflette la luna che ora fa capolino, anch’essa curiosa e ammirata. Gli occhi sono neri come pozzi profondi, e la bocca è un cuore intinto nel sangue. Il collo è così sottile che sembra si possa spezzare ad ogni alito di vento, come un giunco delicato. Ma c’è forza in quel viso dolce e severo. C’è determinazione. L’abito di fine seta dipinta ha tutti i toni delle sabbie del giardino zen, e rifulge di luce vivida come se ogni centimetro di tessuto danzasse. La stretta fusciacca blu notte le stringe la vita sottile, in un abbraccio che si conclude in un morbido fiocco che sul retro scende dolcemente fino a sfiorare il terreno. La visione notturna non si muove, si limita solo a sorridere. Marta non vede le sue mani, neppure quando, senza distogliere gli occhi dagli occhi, con movimenti lenti e aggraziati inizia a muoverle come se danzasse un ballo silenzioso. E i fiori prendono vita, si staccano dagli alberi e turbinano tutt’intorno, come neve impazzita. Sono ovunque, in bocca, nei capelli, tra i vestiti, colpiscono Marta con violenza, senza sosta, togliendole il respiro, crudeli e gioiosi. Quando si alza dalla panchina, pensando per un attimo alla fuga, chiude gli occhi per un secondo, tanto basta per restituire il giardino zen alla sua calma perfetta. I fiori sono ancora sugli alberi, offrendo allo spettatore i suoi rami gravidi di splendore profumato. Ed è nuovamente sola. Ma nulla è come prima, il cuore è gonfio, gli occhi sono pieni di lacrime di gioia, la vita è tornata a scorrere nella sua anima come il sangue nelle vene. Lascia il cortile piena di gratitudine, straniera in una terra non più straniera, padrona della propria esistenza. Ancora una volta. Cammina veloce, e si ferma solo dinnanzi ad una vetrina che riflette la sua immagine. Vede gli occhi, neri e profondi come pozzi, un tempo senza luce ma ora pieni di vita. I suoi occhi. La bocca a cuore è dipinta come sempre col rossetto color cremisi che ama di più. Rifulge di energia, di passione. Che ora è nuovamente in lei. Si passa tra le mani tra i lunghi capelli spettinati dal vento, e con un gesto femminile e ripetitivo li riavvolge con cura fissandoli col prezioso pettine di tartaruga intarsiato. E l’immagine riflette un sorriso che ha smesso di appartenere a quel volto da troppo tempo. Il sorriso della consapevole follia. E finalmente inizia a correre, ridendo a squarciagola, disperdendosi tra la folla della città ormai non più straniera.

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