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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:52
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LETTERE DI GHIACCIO

Lettere di ghiaccio*
di Silvia Seracini
 
* Il racconto è stato pubblicato nell'antologia "Lama e trama 4. Ancora storie noir in punta di coltello" (Zona, 2007). La raccolta in questione contiene - oltre agli scritti dei vincitori del concorso Lama e trama 2006 e dei dieci migliori concorrenti selezionati - i racconti di Carlo Lucarelli (premio Lama e Trama alla carriera 2006), Luigi Bernardi (presidente della giura), Piergiorgio Di Cara e Franco Limardi (scrittori giurati della 4a edizione).
 
Lettera A
Presto. Devo fare presto. L’elicottero si sta già alzando in volo.
Questa è una lettera facile: procedo dritto con una traiettoria leggermente inclinata a destra, poi giù di nuovo indietro della stessa lunghezza, lasciando un angolo stretto.
Simile ad una tenda degli indiani, però la base della tenda è spostata all’insù, come un taglietto.
È la prima lettera che ho imparato dal libro della maestra, la signorina Milly.
La maestra mi ha regalato questo libro di nascosto. È venuta a cercarmi sul lago Lavski e mi ha detto che, se proprio non voglio assistere alle sue lezioni, almeno posso cominciare a dare un’occhiata al libro in cui sono disegnate tutte le lettere che occorrono per scrivere.
Mi ha ripetuto che imparare a scrivere è molto importante per me, più importante che per gli altri bambini.
Io lo so che ha ragione, e ci andrei sempre alle sue lezioni perché la signorina Milly sorride con denti luccicanti come il latte e ha un buonissimo odore. Sembra l’odore della marmellata di more sulla crostata che mi prepara mamma per la merenda di scuola, solo che la merenda io non la mangio quasi mai in classe.
Spesso mangio da solo, nei boschi. Oppure mi ranichio nel mio posto segreto, sul bordo del lago ghiacciato, e poi mastico veloce perché con i guanti non riesco a mangiare e senza guanti di questi tempi ti si gelano le mani nel giro di pochi minuti: il tempo di scartare l’involto e già le dita non le senti più, gonfie e rosse come delle salciccie congelate. Impacciate come la mia lingua, perché io così me la sento: piena zeppa di parole pronte, che però non so dire. Le parole ce le ho tutte in testa, giuro, ma quando apro la bocca non viene fuori niente.
Sono muto.
Il mio papà e la mia mamma dicono di provare, che un giorno le parole mi verranno fuori bene così come le penso. Io però quando ci provo ottengo solo dei suoni che non vogliono dire niente. Nessuno li capisce e gli altri bambini ridono o si mettono a piangere quando mi sentono “parlare”.
Ecco perché non voglio più andare a scuola, anche se le lezioni sono cominciate solo da due settimane.
Il mio papà una volta mi ha detto che anche se non vado a scuola comunque un lavoro che mi aspetta ce l’ho già, e che un giorno insegnerà anche a me a costruire e riparare pattini.
Io non vedo l’ora di poter diventare il re della sua bottega di nastri d’argento. Pare di stare in mezzo a milioni di incarti di tavolette di cioccolato.
Il mio papà è molto bravo: i pattini che ho me li ha fatti lui. Mi ha anche insegnato ad affilare le loro lame, ma è un lavoro molto pericoloso e mi ha proibito di farlo da solo.
La mamma so che invece è triste se non vado a scuola. Ma io non ci posso fare niente.
 
Lettera B
L’elicottero si alza lentamente. Forse riesco a farcela.
La lama dei miei pattini deve farsi strada in questa specie di otto che si chiama lettera B.
Veloce, devo fare veloce, anche se mi fa ancora un po’ male la gamba dopo il calcione che mi ha tirato Zuvir.
C’era da immaginarselo: quel bastardo ha tenuto chiuso il becco, quella boccacia piena di gengive e di cattiverie.
Anche lui ha visto tutto, eppure certo non gli conviene smascherare il suo angelo custode, il suo protettore. Quello che gli ripete continuamente che è il più dotato della scuola di pattinaggio, anche se lui è solo un grassone leccaculo e niente altro.
Den, lui sì che era bravo. Sfrecciava piccolo ma veloce. Pochi muscoli, forse, ma con uno stile da campione rispetto a quello sbrufone di Zuvir.
Den, piccolo Den. Lo spiavo spesso dal mio nascondiglio, dal quale seguo le lezioni di pattinaggio del pomeriggio.
Il mio papà dice che non possiamo permetterci di pagare la retta della scuola di pattinaggio, e comunque io pattino sempre. Ho tutto il giorno per pattinare.
La gente del paese pensa che io sia matto, sempre a correre sulla pista urlando suoni incomprensibili. Anche la mattina, quando dovrei essere a scuola.
La mattina la pista è deserta e perfettamente liscia, proprio come la lavagna su cui scrive la signorina Milly, anche se quella è nera e verticale.
Nessuno sa che, in realtà, mentre pattino io studio le lettere.
Ho un piano: se imparo a memoria una lettera al giorno, in un mese saprò disegnare tutte le lettere del libro della signorina Milly. E magari riuscirò anche a parlare.
Il suono della lettera me lo diceva Den.
La mattina, prima che lui entrasse in classe, ci davamo apuntamento al mio posto segreto. Io gli indicavo il disegno della lettera sul libro e lui mi diceva il suono.
Poi passavo la mattina a disegnare sul ghiaccio, con la lama dei miei pattini, la lettera del giorno. La disegnavo, la calcavo e la ricalcavo.
La riproducevo mille volte sul ghiaccio, e intanto mi ripetevo nella mente il suono che mi aveva detto Den.
Talvolta lo urlavo, per imparare a prunonciarlo bene. A prunonciarlo bene come Den, che da quella sua bocca piccola e rosa sapeva tirare fuori suoni come quelli degli uccellini che vengono a beccare le briciole delle mie merende nel bosco.
Adesso come farò? Siamo arrivati solo alla lettera F, ma sono fortunato: in questo caso può bastare.
 
Lettera E
Povero Den. Listrutore di pattinaggio si era sicuramente accorto che Den era molto più bravo di Zuvir. Il grassone era sempre là a ronzargli intorno, con quei sorrisi a gengive scoperte, ma io ho notato come listrutore guardava Den, fra gli altri bambini.
Una volta dal mio nascondiglio ho visto che, dopo una lezione, si è fermato a parlargli, tenendogli un braccio sulle piccole spalle. Den sembrava impaurito. Io non riuscivo a sentire cosa gli diceva listrutore, eppure non sembrava qualcosa di brutto. Listrutore sorrideva e ha anche accarezzato Den sul viso.
Più di una volta.
Però Den deve essersi spaventato, perché è corso via veloce. Non si è neanche fermato a raccogliere la sciarpa che gli era caduta durante la corsa. Gliela ho riportata io il mattino dopo. Al nostro solito apuntamento.
Forse però mi sono sbagliato – devo essermi sbagliato – e quella volta listrutore deve aver detto qualcosa di terribile a Den. Del resto so che i suoi sorrisi sono falsi: una volta l’ho sentito gridare contro mio padre, insoddisfatto per via di alcuni lavori di matunenzione sui suoi preziosissimi pattini. Il mio papà è il più bravo di tutti, che errore può aver mai commesso per essere stato rimproverato così?
No, io lo so: listrutore è una persona cattiva.
Den, piccolo Den. Devi aver avuto freddo a tornare a casa senza sciarpa, quella sera. E poi tu sei sempre stato debole: ti amalavi spesso. Ma questa volta non si è trattato della tua debolezza, come vogliono far credere. Tu non sei caduto nel burrone in seguito ad una disgrazia.
Io lo so, Den, e cercherò di farlo capire anche a quel signore venuto dalla città, e che se ne sta volando via sul suo elicottero.
Signore della città – mi sembra che la signorina Milly abbia detto Ispertore – ti prego, guarda qua in basso!
La lettera E è molto difficile da disegnare: bisogna spostarsi avanti e indietro sulla sua lunga schiena, stando attenti a fare in modo che la lama dei pattini non sbafi troppo là dove ci sono i tre piccoli trattini. È come un pettine.
Come il pettine del listrutore di pattinaggio.
Si pettina sempre, lui. Prima e dopo le lezioni. Non mi piace come lo fa. Sembra voler appiattire quei pochi capelli unti che nasconde sotto il cappello di lana. Sembra volerli costringere con la forza.
Non mi piace il modo in cui si pettina.
 
Lettera E
Presto, un’altra lettera E!
Mi devo muovere, accidenti. Forse così riesco anche a riscaldarmi un po’.
Qua si crepa dal freddo e la lettera E è molto complicata da fare. E questa è addirittura la seconda!
Saranno grandi abbastanza le mie lettere? Chissà se si vedono bene, da lassù. Spero proprio di sì.
Gli devo dare una bella lezione, a quello là!
Listrutore non mi è mai piaciuto: con i bambini sorride, li rialza quando cadono, li abbraccia quando piangono e certe volte mi pare anche che li baci, così come mi bacia la mia mamma. Ma io lo so che è una persona cattiva.
Lo sapevo anche prima che mi minnacciasse alla gola con la lama dei pattini che gli penzolavano sulla giacca a vento, dicendo che mi avrebbe ucciso se facevo la spia.
Ha detto che i veri uomini non fanno la spia, e quel vischido di Zuvir a fargli di sì con la testa e a sorridergli con tutte le gengive di fuori. Io sono scappato, ma poi mi è venuto da piangere a pensare a Den, là tutto solo e immobile nella neve.
Deve essere svenuto, dopo che listrutore lo ha picchiato con tutta quella forza.
Ieri pomeriggio, dopo la lezione di pattinaggio, gli ha teso una trappola.
Dal mio nascondiglio ho visto che Zuvir lo ha chiamato con una scusa dietro ad alcuni alberi, e là c’era listrutore Abeed che li aspettava.
Sì, sono proprio due le lettere E che compongono il nome del listrutore di pattinaggio: l’ho imparato a memoria dalla scritta ricamata sulla sua giacca a vento.
Io non fo la spia. Io sto solo pattinando.
 
Lettera D
Ti prego, signor Ispertore – o forse Ispettore? –, girati! Guarda giù!  
Ho quasi finito, per fortuna la lettera D è facile. Solo che devo stare attento a non fare un cerchio perfetto: è una specie di ovale che si appoggia su un’asta dritta a sinistra.
È anche la lettera iniziale del nome di Den. Il nome di Den è piccolo e semplice, proprio come era lui.
È caduto a terra dopo il primo colpo
Listrutore deve avergli chiesto qualcosa, nascosto là dietro agli alberi, ma Den scuoteva la testa impaurito. Zuvir sembrava incalzarlo, ma Den continuava a dire di no. Forse piangeva.
È stato allora che Abeed gli ha preso la piccola testa e se la è stretta forte sulla pancia. L’ha fatto con violenza e anche Zuvir per un attimo mi è parso spaventato. Poi però è tornato a mostrare quel suo sorriso di gengive bavose.
Non sono riuscito a sentire molto della loro conversazione, da dove ero io però si vedeva bene tutto.
Quando Den ha tentato di divincolarsi dalla sua presa, listrutore si è imbestialito e ha cominciato a picchiarlo forte. Zuvir non rideva più, stava là imbambolato.
Io, invece, devo essermi mosso.
Lo sguardo feroce di Abeed si è voltato verso la mia direzione.
Den è caduto a terra.
Io ho cominciato a tremare.
Poi mi hanno raggiunto.
Stamattina Den è stato trovato morto in un burrone. Una caduta acidentale, hanno detto. Ma io so che le cose non sono andate così.
Uccideranno anche me se farò la spia. Ma io sto solo pattinando.
Oggi sono andato a scuola. Faceva troppo freddo per andare a pattinare, e poi dopo quello che è successo ieri ho paura di incontrare Abeed.
A scuola è arrivato dalla città l’Ispertore: un signore grosso con un cappotto scuro sbordato di pelliccia.
La maestra ci ha spiegato che il signor Ispertore è qua per cercare di capire la binamica dei fatti capitati al nostro compagno di classe.
Durante la notte ha nevicato forte e credo proprio che ormai non ci possano essere più tracce di quello che è successo davvero a Den.
Il signor Ispertore ha fatto alla maestra e agli altri bambini alcune domande su Den.
Io avevo un po’ paura, ma anche non vedevo l’ora che toccasse a me. Quando è arrivato il mio turno, la maestra ha detto all’Ispertore che io sono muto.
L’Ispertore mi ha dato un buffetto sulla guancia ed è passato ad un altro bambino.
Allora ho cominciato ad urlare, a provare a “dire” qualcosa, ma Zuvir si è messo in mezzo e mi ha tirato un calcio alle gambe.
La maestra ci ha diviso e ci ha sgridato, scusandosi con l’Ispertore: - Fanno sempre così - ha detto.
Lui se ne è andato, dicendo che il suo elicottero era pronto per deccollare, e che ormai il caso si poteva considererare chiuso.
Io non ho potuto fare nulla: mi massaggiavo la gamba e stavo a testa bassa.
Ma forse sono ancora in tempo.
Un’ultima curva e chiuderò la lettera D, l’ultima del nome di quel maledetto assassino che ha fatto fuori Den.
Ti prego, signor Ispettore – sì, deve essere Ispettore la parola giusta –, guardami!
 
L’elicottero, ormai alto nel cielo, fa una leggera curva e sembra inclinarsi verso terra, come se tentasse di leggere, nel nevischio che ha preso a turbinare leggero, le assurde evoluzioni di un bambino che, schizzato via dalla piccola scuola del paese, ha indossato velocemente un paio di pattini – le cui lame ha passato tutta la notte a limare con cura – e sta compiendo strane evoluzioni su una lavagna di ghiaccio spolverata di neve fresca.
Un macchia scura bordata di pelliccia dilaga nel riquadro opaco del finestrino.
Ecco, forse ora il rumore dell’elicottero si fa più vicino. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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