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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:55
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DUE VITE

Due vite*

di Sonia Russo

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà

È affascinante la sera che cala sul golfo di Napoli. Il cielo assume varie tonalità di azzurro, fino a perdersi in un indefinito rossore all’orizzonte, offrendo alla vista uno scenario struggente.
Dalla poppa della nave il dolce rumore delle onde che si infrangono fragorosamente sugli scogli si avverte chiaramente: si mescola al sapore aspro di salsedine che la brezza serale porta con sé e si alterna alle fragorose risate e alle oscenità dei ragazzi e dei marinai a bordo, finalmente rilassati dopo il lunghissimo viaggio per mare.
Luigi rimane in ascolto, in un religioso silenzio che stride con il fracasso del suo cuore.
La memoria conserva intatti certi momenti, certe sensazioni, anche le più dolorose e con gli occhi della mente Luigi torna a quindici anni prima, quando appena ventenne, si era trovato di fronte a quello stesso scenario.
Su una nave molto simile a quella che ora lo aveva riportato a casa, agitato e imprudentemente pronto ad imbarcarsi oltreoceano per fuggire dalla miseria, dal dolore e dalla scia di devastazione che la Guerra aveva lasciato dietro di sé, non aveva avuto altra scelta che andare via, congelando i ricordi e gli affetti nel suo cuore, così da farli rimanere intatti, sognando il giorno in cui avrebbe
potuto magari fare rientro, più forte di prima, in un paese meno difficile, dove, forse, ci sarebbe stato di nuovo posto per i giovani come lui.
Non conosceva ancora gli inganni della malinconia che tante volte avrebbe bussato alla porta dell’anima sotto il favoloso cielo stellato del Sud America, non immaginava il sacrificio di costruirsi in un continente dove nulla è simile a ciò che si è lasciato alle spalle.
Il suo ricordo più vivo, mai sbiadito dall’inesorabile incedere del tempo, erano gli occhi di sua madre, velati di lacrime, quando lo supplicava di non andare via, di non lasciare la sua casa. Donna Maria era una donna forte, lavoratrice e dedita alla sua numerosa famiglia, cui dava tutto, sacrificandosi, come buona parte delle donne del Sud, di fronte all’autoritarismo del capofamiglia.
“In qualche modo faremo, se rimani con noi potrai lavorare alla bottega di tuo zio e la situazione migliorerà...”.
Anche suo padre, seppur con parole prive della dolcezza di sua madre, gli aveva chiesto di non partire, terrorizzato dall’idea di perdere quel figlio tanto diverso che non si rassegnava alla mancanza di possibilità.
Luigi ascoltava ma in cuor suo sapeva che non c’era posto per lui in quel paesino di un Mezzogiorno e di un’Italia tutta da rifare.
Così partì. Cercò di difendersi dal dolore della partenza e dalla consapevolezza di un rientro ancora troppo indefinito, facendo tutto alla svelta, riducendo i dolorosissimi addii, così da non avere troppi momenti struggenti nel cuore con cui fare i conti in terra straniera.
Solo quel profumo di lavanda, di pulito di sua madre gli sarebbe rimasto impresso sempre nel cuore e nella mente, gli avrebbe fatto compagnia durante le notti insonni, le fatiche e i successi della vita, dall’altra parte del mondo.
Passarono quindici anni da quel momento, dal viaggio fino a Napoli dall’entroterra lucano, dalla mano di suo fratello alzata in un ultimo gesto di saluto, prima che l’enorme imbarcazione fosse inghiottita dall’orizzonte marino.

(quindici anni dopo) È uno strano continente l’America e quella del Sud in particolare, pulsante di vita, di possibilità, di passioni e di contraddizioni.
Guidando attraverso la sconfinata e talvolta pericolosa panamericana per i suoi viaggi d’affari, Luigi pensava proprio a questo. Aveva attraversato in un lungo e in largo quel continente, da Nord a Sud, da New York alle sconfinate pianure desertiche del Messico, dai paradisi caraibici agli ostili venti della Patagonia. Aveva lavorato in locali di vario genere, talvolta persino in posti sconvenienti e aveva studiato l’inglese e lo spagnolo, lasciandosi poi trasportare dalla melodia della lingua latina.
Forte del suo fiuto per gli affari, della sua volontà di lavorare e farsi largo, Luigi aveva intrapreso varie attività commerciali in molte zone, preferendo come “punto fermo” l’America Latina al paese dei gringo, forse perché inconsciamente avvertiva che un po’ quel paese gli assomigliava. Così aveva aperto una serie di attività tutte sue, intrapreso relazioni con vari fornitori nordamericani e aveva imparato a conoscere e a difendersi in quel continente che, tra tante fatiche e difficoltà, gli aveva dato un’altra vita, denaro ma soprattutto una possibilità Aveva incontrato molti amici in quei luoghi, italiani e non, aveva imparato a guardarsi le spalle, anche dopo le serate trascorse insieme, quando i fumi dell’alcool annebbiano la mente e rendono rissosi gli uomini. A differenza di molti ragazzi in cerca di fortuna che aveva incontrato, non si era mai lasciato trasportare dai facili guadagni della cocaina, il cui contrabbando era fiorentissimo... Ne aveva subito colto le potenziali devastazioni, e si era allontanato da quella strana polvere che rende deboli e schiavi di una dose sempre maggiore. Né tantomeno le leggende di infiniti giacimenti d’oro dell’Amazzonia avevano
presa su di lui. Non si era mai avventurato come alcuni suoi compagni che, vinti dall’illusione di Eldorado, erano stati inghiottiti da quella foresta.
Quel giorno sulla panamericana stranamente la vita degli ultimi quindici anni che pure era volata gli ritornava alla mente a flash-back, forse perché la solitudine del viaggio lo portava a riflettere. Già la solitudine... Luigi pensò che a trentacinque anni dalle sue parti d’origine i suoi coetanei avevano già diversi figli e una moglie, lui, al contrario, non ci pensava affatto e neppure credeva gli mancasse. Non che disdegnasse la compagnia femminile. Aveva avuto molte donne esotiche e disinibite, così diverse dall’idea di donna che conosceva quando approdò nel nuovo continente. Ma nessuna gli era entrata davvero dentro, nessuna gli aveva insegnato quanto è bella la dedizione verso l’altro e quanto può essere forte l’irrazionale.
Nel profondo, c’erano ancora e solo gli occhi di sua madre.
Con questo pensiero nella mente, Luigi si accorse un po’ in ritardo e bruscamente dell’enorme camion che sopraggiungeva alle sue spalle a folle velocità e per di più tentando di superarlo, benché la strada fosse troppo stretta per una simile manovra. Tentò di tenere saldo il controllo della vettura, gettò uno sguardo alla sua sinistra ma il crudele paesaggio di impervie scoscese fino all’Oceano gli restituì solo una fitta di paura. Sperò che il conducente del camion si rendesse conto dell’impossibilità del sorpasso ma probabilmente era ubriaco, possibilità tutt’altro che remota da queste parti.
Poi accadde tutto rapidamente. Il sorpasso del camion, l’auto di Luigi che finiva giù per la scarpata, i ricordi di bimbo felice, il viaggio, il cielo stellato, il dolore… poi più nulla.
Luigi si risvegliò molte ore dopo in un ospedale di Bogotà, in cui gli veniva detto che era stato salvato dall’Alto: la macchina era finita per caso impigliata tra arbusti talmente fitti che ne avevano impedito la scivolata verso l’Oceano, dove sarebbe stata inevitabile la fine. Mai come in quel momento Luigi si sentì solo. Avrebbe voluto sua madre, la sua famiglia accanto a lui, che lo rincuorasse, che piangesse di gioia. Ringraziò in cuor suo Dio per averlo salvato e le preghiere che d’oltreoceano aveva fatto per lui sua madre. Capì che la vita gli aveva dato una seconda possibilità.
Era ora riprendere le fila della sua prima vita, quella interrotta dall’altra esistenza in Sudamerica…

Con una stretta al cuore, Luigi scese dalla nave, mise piede dopo tanti anni su suolo italiano, alle prime luci della sera.
Vide suo fratello che si faceva largo tra la folla e poi fu un abbraccio di lacrime e sorrisi. Il tempo non intacca certi legami. Nonostante tutto quello che era stato, durante il tragitto verso casa, Luigi si sentiva sereno. Aveva finalmente chiuso i conti col passato; ora avrebbe potuto porre fine a quel senso di incompiutezza che la sua partenza aveva lasciato.
Appena arrivato, stordito dall’evento tante volte sognato, fu accolto dallo sguardo dolce e profondo di una bellissima giovane ragazza che fatalmente gli passò accanto, sorridendogli appena.
Sarebbe stato il sorriso puro di quella ragazza, che nulla sapeva dell’altra sua esistenza, delle sue turbolente vicende passate - che spesso accomunano migranti di ieri e di oggi - ad insegnargli l’amore, ad aiutarlo a reggere le fatiche del rientro, la malinconia di una madre più vecchia, e ad accompagnarlo nella costruzione della nuova vita. Questa volta non sarebbe più stato solo.

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