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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:51
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DESTINAZIONE FUTURO

Destinazione futuro*

di Alessio D'Ercole

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà

Il cartello è quasi illeggibile, i caratteri sono consumati dall’insistente azione dei raggi solari. Con non poco sforzo mi sembra di leggere: Marchede, tre miglia. Risalgo lentamente in macchina, non prima di aver inalato con forza la soffice brezza che rinfresca questa calda giornata estiva. Ancora tre miglia di questo Messico aspro e selvaggio, ancora pochi minuti su questa piccola strada sterrata e finalmente il mio viaggio sarà finito. 
Da quando sono partito, da quando mi sono lasciato il traffico di Milano alle spalle per venire fin qui, in uno sperduto angolo di un’America dimenticata, ci penso.
Penso a quello che troverò, mi chiedo se rimarrò deluso. 
Mi chiedo se troverò davvero la risposta che cerco. 
Nello stesso tempo mi sforzo di non pensare a quanto sia stato infantile dare ascolto alle parole di un vecchio artigiano incontrato in Italia, dare ascolto alla forza di una promessa. Avrei dovuto sorridergli e andarmene, quel giorno di maggio, ma c’era troppa malinconia nelle sue parole, troppa nostalgia, mentre parlava di quel luogo magico e incantato, mentre ne descriveva la pace, e mi diceva che davvero, in un qualche angolo di Messico, si offriva agli occhi avidi di chiunque ci andasse la bellezza di un mondo che non c’è più. Quando lo guardavo negli occhi, poi, non potevo fare a meno di vederlo, quel mondo, scorgerne i segreti in quelle rughe increspate e in quella barba incolta, cavalcare le sue parole e, in un attimo, arrivarci, in quello sperduto angolo di Messico che sulle cartine si chiama: Marchede. 
La macchina è una vecchia Chevrolet del ’76 affittata al mio arrivo a Città del Messico. Ha sopportato l’asfalto sconnesso di Teotihuacan, solo traballando un attimo, forse per l’emozione, al cospetto delle tracce di grandezza lasciate dagli Atzechi in Hidalgo e Tamaulipas, davanti alla perfezione dei segni di una civiltà antica, e scomparsa. Il motore mi sembra sempre sul punto di fermarsi e i sedili non somigliano certo a poltrone di velluto, ma mi piace pensare che si adatti allo spirito del mio viaggio. E comunque è decappottabile. È l’unica richiesta che ho fatto. Il vento, almeno quello me lo posso godere. 
D’un tratto sul ciglio della strada vedo un ragazzo, cammina piano. In uno spagnolo stentato gli chiedo se la strada che sto percorrendo è quella giusta per Marchede. 
Si volta e mi sorride, sì, dice, questa strada va a Marchede. Questa strada e tutto il resto. 
È un Messico ferito quello che ho incontrato finora, un paese che trasuda rabbia e dolore. Il dolore di vedere la propria dignità calpestata da vicini troppo forti e potenti per accorgersi di lui, il dolore di vedere il proprio popolo cercare con forza di andar via, valicare una frontiera che sempre più costituisce una porta aperta verso un sogno fatto di successo e gloria. Un sogno fatto di speranza. 
E poi c’è la rabbia, l’incontenibile rabbia di chi vede la propria libertà e la propria storia rubati pian piano da un motore inarrestabile che si chiama progresso. La vedi questa rabbia, in occhi discreti che ti osservano mentre con noncuranza calpesti con passi apatici da turista svogliato la terra dove i loro padri guadagnarono col sangue la libertà, e quasi ti sembra di sentirli dir piano che lo sanno, lo sanno benissimo di star vendendo la loro storia per qualche dollaro, ma si sa, con i ricordi non si sfamano le famiglie. 
E intanto todo pasa. 
Anche questa piccola strada sterrata passa, queste poche miglia che mi separano da Marchede. 
Vedo il paese, in lontananza, uno skyline da cartolina tardo ottocentesca direttamente dal Nuovo Leon. Poche casupole arroccate su un’aspra collina, distribuite sul territorio con una sapienza antica e per me inconsueta, in modo che la sommità della collina possa, in qualche modo, nasconderle al sole. Invano. Osservando le antiche costruzioni in pietra che preannunciano l’inizio di una qualche forma di civiltà, mi scopro a pensare che Cancun e lo Yucatan da cartolina dipinto nei documentari sono incredibilmente distanti dalla lentezza di ogni singolo fotogramma che osservo in questo momento. Persino i Maya hanno sempre ignorato questa zona, rinunciando a lavorare queste zolle di terra da cui sarebbe difficile ricavare anche una sola goccia d’acqua. 
Il mare, poi, qui è solo un’immagine. Indefinita e indefinibile. 
Le prime costruzioni in pietra bianca che incontro risalgono probabilmente al secolo scorso, ma mantengono comunque una certa robustezza. Rallento e inizio a procedere a passo d’uomo. Ciò che mi si prospetta dinanzi non è dissimile da qualunque altro panorama campestre in qualunque altra parte del mondo. Bambini che giocano con un pallone in strada, mentre le loro madri si accingono a preparare il pranzo, con il pensiero rivolto agli uomini impegnati nell’arduo compito di far fruttare campi aridi e assetati. Con il braccio appoggiato sulla portiera, sfioro le vite di questa gente, con leggerezza, tentando sommessamente di carpirne l’essenza, trovare in quel pallone logoro e nella tenue frenesia dei calci dei bambini qualcosa che possa portarmi davvero a vivere questo Messico ferito. 
Marchese, Nuovo Leon. 
Ci siamo. 
Sono oramai alla fine del mio viaggio, ed è un pensiero lancinante il non riuscire a trovare in quei bambini, in quelle donne immerse nella liturgia delle faccende domestiche, quello che un giorno a Milano sentendo parlare un vecchio artigiano avevo immaginato. E desiderato. 
Arrivo nella piazza principale, sempre più avido di conoscenza. Mentre parcheggio e mi guardo intorno non posso fare a meno di notare un paesaggio stanco, e muto. Mi sento invaso dalla sua lentezza, ma ancora una volta guardare gli occhi dei messicani, intenti a gustare una bevanda nell’unico bar della piazza, non mi aiuta a capire. Provo a parlare con qualcuno di loro, nella speranza di ricevere qualche indicazione che mi possa essere utile. Sono abbastanza stupiti di incontrare un turista, e pensando alle attrattive del loro paese che ho incontrato finora non li biasimo affatto, ma non ricavo altro che calore umano e una tequila ghiacciata. 
Dopo aver camminato senza una meta precisa per alcune ore, desisto, e risalgo in macchina. 
Proprio in quel frangente, dinanzi a me, un’immagine, leggera e nitida. Un bambino che corre, sconnessamente, inciampa e cade. Poi si rialza, le ginocchia sbucciate, i pantaloncini sporchi, ricomincia a correre, sotto lo sguardo accondiscendente di sua madre, quel correre che diventa sempre più un disegno, non un’immagine, un meraviglioso dipinto affogato in un oceano di anonime polaroid. Finché a un certo punto, senza smettere di sorridere e solo un po’ toccandosi il ginocchio, si ferma, tende la mano a sua madre e riprendono a camminare, insieme. 
Apro la portiera, guardando altrove. Altrove dal bambino. 
Le ruote iniziano a girare vorticosamente, sollevando polvere e sabbia. 
Non vedo l’ora di arrivare a Città del Messico e prendere il volo che mi riporterà in Italia. 
Sono felice. 
Non avevo il coraggio di ammetterlo prima, mentre vagabondavo in una città fantasma a migliaia di chilometri dal mio mondo, sperando che potesse aiutarmi a rimettere ordine nella mia vita, ma mentre ripercorro avidamente queste strade dimenticate lo riconosco a me stesso. 
Sono felice, felice di non aver trovato quello che cercavo. Sì, perché solo sulla via del ritorno, solo guardando da estraneo un mondo che ormai sento non appartenermi, capisco davvero ciò che quell’artigiano voleva dirmi, capisco il senso delle sue parole, i suoi discorsi sulla felicità e sul trovare se stesso, capisco che non voleva indicarmi un luogo, voleva indicarmi un viaggio dello spirito. Mentre guido su queste pianure sconfinate, capisco che il suo viaggio si era fermato a Marchede ma che il mio tocca solo a me inventarlo, e poi percorrerlo, con la leggerezza di una forza inarrestabile che si chiama desiderio. 
Capisco che la sua Marchede è quel luogo che ognuno di noi ha nel cuore, prima che nella mente, quel posto a cui si sente indissolubilmente legato. Può trovarsi in Messico, in Australia, nella periferia di Milano, o può anche solo esistere nei nostri sogni, non importa, ciò che conta è che ci sia un luogo in questo mondo o in un altro in cui ognuno di noi può sentirsi libero. Libero di essere. È un pensiero dolce, che carezza le nostre quotidianità e le nostre vite.Ho trovato il coraggio di farlo. 
Ho trovato il coraggio di ammettere che tutta la nostra vita, se è vera vita, è vita di ricerca, che il nostro in fondo è poi solo un lungo viaggio, e che la bellezza non sta solo nell’arrivare, ma anche, e soprattutto, nel viaggiare. 
Sollevando un attimo gli occhi e lasciandomi invadere dall’aria tersa di un tramonto messicano, capisco finalmente che a volte non ci sono scelte da fare, ci sono solo responsabilità da prendere. 
Per questo sono pronto. 
Sono pronto a tornare a casa, chiudere gli occhi e immaginare. 
Immaginare di guardarla negli occhi e dirle, piano: “Sono pronto ad avere un figlio”. 
E nel contempo immaginare per te il cammino, e disegnarlo, disegnare gli attimi, e le emozioni, coi pastelli vividi della fantasia e del coraggio. 
Disegnare i desideri. 
Soprattutto uno, il più bello: quando tu, figlio mio, un giorno inizierai il tuo viaggio.

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