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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:54
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DEL MESSICO, DI FUSI ORARI E DI ARDUI RIENTRI

Del Messico, di fusi orari e di ardui rientri*

di Michele Prosperi

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Ti svegli di soprassalto, grondante di sudore. “Oddio, che incubo!” vorresti gridare.
Ma non è un incubo, è la realtà!
Lo strillo che ti ha strappato dal sonno era quello elettrico della tua sveglia e non quello delle scimmie urlatrici, che solo pochi giorni fa si affacciavano alla finestra della tua capanna, mostrandoti il loro glabro fondoschiena rosso.
“Uaaarrrrggghhhhhhhhhhh!” è l’urlo strozzato che ti esce di bocca, come un Tarzan castrato.
Solo ventiquattro ore prima eri ancora in Messico, ora sei ritornato alla tua vita di tutti i giorni.
Italia. Milano. Ore 7:12.
La sveglia si mette a ridere beffarda, ancora con quel suo sghignazzare elettrico a ricordarti che oggi si torna al lavoro, dopo due settimane di ferie passate dall’altra parte del mondo.
Con una mano afferri la tua ventiquattrore e con l’altra prendi le borse che il fuso orario fa cadere gonfie e pesanti dai tuoi occhi, e ti trascini fuori di casa.
Un cielo grigio piombo fuso ti accoglie nei suoi dodici gradi centigradi, mentre sali in macchina e smanetti con la manopola del riscaldamento, nell’assurdo tentativo di ricreare nell’abitacolo un clima pseudocaraibico.
Ancora stordito dal fuso orario, scivoli sull’asfalto come uno Schumacher bendato o un automobilista messicano qualunque, sorpassando camion, auto e moto; non importa se a destra o sinistra o sopra o sotto. Accendi la radio per dare un sottofondo musicale al ricordo delle straordinarie serate trascorse in Messico, quando nel sangue ti scorrevano galloni di daiquiri alla fragola, e tizie americane ti volteggiavano attorno in pornografici balli struscio al ritmo di musica latinoamericana.
Ma questi tuoi bei ricordi appassiscono come fiori recisi nel giro di tre canali radiofonici, quando passi da Marco Masini, a Eros Ramazzotti, per poi sintonizzarsi su un notiziario che annuncia di infanticidi, scontri tra tifosi allo stadio e Albano alla versione spagnola dell’Isola dei Famosi.
Con la bile alla bocca e un senso di nausea galoppante arrivi a destinazione. Parcheggi a pettine, o almeno così intendevi fare, perchè l'unica vera pettinata è quella lasciata dal tuo specchietto sulla portiera del Suv del tuo capo.
“Ma porca… !”
Ma non c’è nemmeno il tempo di imprecare: sono le 8:00 e hai ancora pochi secondi per timbrare, prima che scatti una sanzione di ritardo, l’ennesima della tua carriera lavorativa.
Come un centometrista dopato superi la reception e sfrecci davanti alla sala mensa, che guardi confortato dall’idea che almeno una cosa oggi sarà sicuramente uguale al tuo viaggio Messicano: il solito attacco di diarrea post-pranzo.
Con un ultimo allungo voli dentro l’ufficio, lanciandoti sulla timbratrice in un tuffo degno di un giocatore di baseball che conquista la base.
Timbri il cartellino, esultando come Tardelli ai Mondiali dell''82, perché il tuo orologio segna ancora le 8:00. Ce l’hai fatta! Sei un grande!
Poi ti cade l’occhio sull’orologio della timbratrice, che a caratteri cubitali rossi indica le 9:00.
“Ma come!?” guaisci incredulo.
Poi capisci e imprechi. Maledetta ora legale!
Inizio peggiore di giornata non poteva esserci, ma cerchi almeno di prenderti una rivincita facendo morire d’invidia i tuoi colleghi per la tua perfetta abbronzatura caraibica. Perché tu sei stato in Messico, dall’altra parte del mondo, non come quelle grigie nullità, che al massimo possono essere andate a Casalpusterlengo per una pizza o una partita a bocce con gli amici.
Impettito e armato del tuo sorriso più bianco, sfili come una divinità maya tra le scrivanie e gli sguardi stupiti di quei comuni mortali dei tuoi colleghi, finché non senti ringhiare il tuo nome e ritorni uomo tra gli uomini.
Con la vena che gli pulsa sulla fronte e uno sguardo omicida negli occhi, non è un tirannosauro quello che ti squadra dall’alto in basso, ma qualcosa di peggio. Il tuo capo!
“Ma dove crede di essere!?”, sbraita lui, “Su una spiaggia caraibica!? Si levi subito quel costume e quelle ciabatte e vada a cambiarsi! Deficiente!”.

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