HOME  |  NEWSLETTER  |  FACEBOOK  |  FLICKR  |  YOUTUBE  |  TWITTER  |  CONTATTACI  |
venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:55
Ricevi tutte le novità del nostro sito web direttamente nella tua E-Mail, iscriviti alla nostra newsletter !

 
DA BERLINO A HONG KONG

Da Berlino a Hong Kong*

di Brigitta Rossetti

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Sono emozionato, sto per partire da Berlino, prima destinazione Hong Kong, all'esplorazione del Nuovo Mondo.
Nuovo perchè non sono mai stato ad Hong Kong, ma vecchio nella mia memoria, negli antichi ricordi di
quando ero bambino, a casa dei nonni dove in ogni angolo trovavo tracce di un loro passato misterioso, tra oggetti di porcellana, libri che illustravano ideogrammi cinesi, vasi decorati a mano e stoffe in seta con fiori e motivi dorati.
Mio nonno era figlio di un console cinese, da bambino aveva vissuto in Cina e da grande l'aveva percorsa per mare e per terra, dalle città ora irriconoscibili e ultramoderne sulla costa, fino all'entroterra delle campagne povere della Mongolia.
Avevo respirato la Cina in ogni sua forma, colore e profumo ma mi era comunque estranea, non riuscivo ad immaginarla, la conoscevo come un cieco che non può vedere.
Il bisogno di ricongiungermi a quelle origini era così forte che pensai di organizzare lì le mie vacanze estive. Questo per me era il significato di un viaggio: scoprire cose inaspettate.

Caroline, la mia fidanzata, era giornalista a Londra. Sarebbe partita da Heathrow e ci saremmo ricongiunti appena sbarcati ad Hong Kong: i nostri voli avevano solo un'ora di differenza l'uno dall'altro, lei sarebbe arrivata prima di me.
Il viaggio era lunghissimo, dodici ore sospesi nell'aria per poi rivederci dopo un mese lontani, in un nuovo aeroporto.
Avevo ottenuto il visto, contattato qualche amico che viveva a Shanghai, dove avrei trascorso qualche giorno, e qualche cinese che lavorava tra Milano e Pechino, che avrei finalmente conosciuto di persona.

Viaggiavo in economica. Era scomodo dormire seduto e stretto, ma preso il sonnifero e bevuto un bicchiere di vino iniziai a vedere a zig zag la gonna nera a vita alta della hostess, fino a quando non scomparì del tutto.
Mentre lei si avvicinava al mio posto per chiedermi se tutto andava bene, iniziai a vedere il suo sorriso dilatarsi e la sua bocca sporgere ed infine il suo seno scoprirsi un poco mentre si chinava per raccogliere la mia agenda, che nel frattempo mi era scivolata dalle mani.
Non volevo fare un sogno a luci rosse, era troppo banale e squallido pensare alla hostess gentile proprio prima del mio incontro con Caroline.
Mi girai su di un lato, abbassai lo schienale e mi addormentai.
La luce del sole entrava dalla piccola finestra del tubo di ferro roboante ed illuminava a bagliori i miei lunghi pensieri assopiti, lunghi come i capelli di Caroline.
Poi un sogno rosso intenso come il colore del sangue mi fece perdere il contatto con la realtà.
Dapprima la visione di un angelo buono che suonava un'arpa e una musica incantata che si diffondeva nell'aria frizzante di Berlino. Quelle note, così armoniose e lente, si susseguivano l'una dopo l'altra fino a perdersi nel colore giallo e in petali di rosa, richiamando dolci ricordi, storie incantate di fate cadute, colori lontani dalla memoria, visioni oniriche e un rosso intenso, cadmio, come una grande nuvola di polvere e sangue.
Appartenevo al corpo di Anna, una donna giovane, dai capelli rossi, che aveva lasciato fin da piccola la famiglia per diventare attrice.
Il mio sogno si rompeva a sprazzi con qualche colpo di scena del tutto irrazionale, con la stessa irruenza dei raggi del sole che entravano dal finestrino.

Ero la compagna di viaggi, ossia di eroina, di un cinese transessuale.

Io e Kintaro non avevamo rapporti fisici completi, solo sesso hard, con fruste, tacchi a spillo con cui gli foravo il petto quando il mio ruolo era quello del carnefice e lui era vittima, oppure avventure con altre donne, che lui possedeva davanti ai miei occhi.
Quando l'eroina ci risucchiava le forze svenivamo ovunque, per strada, nei negozi, tra la gente, senza altri pensieri.
Macchie gialle, verdi, rosse e blu inondavano il nostro cervello e non esisteva più niente, neanche noi. Vivevamo come parassiti.
Quando l'effetto della droga finiva, un'energia cattiva e violenta diventava padrona dei nostri corpi e della nostra volontà. Prendevo spesso a calci mia madre, ho anche scippato una vecchia che camminava a stento e derubato una ragazza madre senza pietà, con Kintaro.
Un giorno ero finita spogliata per strada, senza alcuna vergogna o senso del pudore, una famosa strada di Berlino dove si erge il Grande Muro di pietra. Avevo inciso su quel muro il mio nome e quello di Kintaro e nel mezzo un cuore trafitto da una spada sanguinante.

Io e Kintaro avevamo pensato di andarcene da Berlino, dove tutti sapevano di noi, dove continuavamo a drogarci, dove avevamo fallito.
Il mio compagno era figlio di un contadino cinese, trasferitosi a Pechino per lavorare in una fabbrica di acciaio; faceva parte dei cinesi che avevano il grande sogno ed erano immigrati dalla campagna alle città costiere per lavorare nell'industria e permettere alla famiglia di poter sopravvivere. Kintaro aveva trasformato quel grande sogno in un incubo: scappato di casa, alla ricerca dell'occidente, spacciatore di droga.
Finalmente un giorno guardai la mia vita dall'alto e mi resi conto che l'attrice berlinese drogata e lo spacciatore cinese travestito non avevano più futuro.
Ero furiosa e folle, come mi sentivo quando ero in astinenza. Senza quella roba non riuscivo a pensare ad altro che a trovarla.
Un giorno, per caso, ritrovai dentro di me quell'impulso primordiale a voler cambiare vita, a non dover più avere bisogno dell'illusione di essere in paradiso.
Così com'ero, presi Kintaro per mano.
Per la prima volta lo guardai bene: era metà uomo e metà donna, una specie di mostro, un essere senza senso, con due tette di plastica e un pene originale che non usava mai, almeno con me.
Era lui che mi aveva fatto sentire in paradiso, quella musica bellissima di un mondo lontano e tanto desiderato, che poi si dilatava con il passare dei minuti in un manto di sangue rosso, per le strade, alla ricerca, sempre alla ricerca della roba.
Il giorno prima mi ero drogata, era di prima qualità diceva Kintaro, ma non avevo più sentito quella musica, al suo posto un'oppressione tremenda e la continua sensazione di essere picchiata e violentata mi ossessionarono.
 
In fondo odiavo Kintaro per la vita che ero costretta a fare pur di vivere in quel paradiso anche solo per un secondo. In fondo lui era tutto per me: la mia famiglia, il mio strano amante, la mia vittima e il mio carnefice. Ogni sera ci addormentavamo mano nella mano come due fratelli.
Non me ne sarei mai andata senza di lui.
Quel giorno sudava freddo e si lamentava nel dormiveglia. Anche io mi sentivo poco bene, ero nuda e non ricordavo niente, forse ero stata a letto con un uomo mentre Kintaro stava per essere risucchiato da un sonno tremendo, quello più profondo di tutti.
Così mi rialzai.
Avremmo dovuto camminare nel deserto per depurarci da tutto, per vederci negato ogni bisogno superfluo, per riconquistare la gioia di vivere nelle cose più semplici e vere.

Da Berlino a Hong Kong.

Volevo chiedere aiuto a mia sorella, che ci ospitasse e ci aiutasse a cambiare vita, per poi un giorno prendere un aereo per Pechino, dove vivevano i genitori di Kintaro.
In un altro mondo, lontano da tutto, con qualcosa in cui credere, anche il bene che ci volevamo, nonostante tutto, avremmo trovato più facilmente il modo di uscire dal male, Kintaro avrebbe potuto operarsi e tornare ad essere un uomo ed io avrei potuto innamorarmi di lui.
Il mio pensiero era reale o solo un sogno? Non distinguevo.

Con questo pensiero tra la gioia e il dolore mi sono svegliato, mentre il mio aereo stava atterrando dal cielo di Hong Kong. Le tanto temute dodici ore nel nulla erano invece volate, stavo realizzando che ero un vero uomo e che ero molto fortunato: non ero drogato, ero finalmente in vacanza e stavo per incontrare la mia fidanzata ad Hong Kong.

Mi sciacquai la faccia un po' stordito tra i sorrisini delle hostess e mi resi conto di avere un buco nello stomaco. Attesi l'arrivo delle valige con calma e raggiunta l'uscita e poi un caffè vicino, ecco apparirmi finalmente Caroline, che era arrivata prima di me.
Che emozione, un abbraccio vero dopo un mese che lo si è desiderato!

Stavamo progettando di vivere insieme perchè la distanza ci impediva di poter stare vicini.
Tra le tante facce cinesi e giapponesi all'aeroporto, non vedevo l'ora di scoprire l'oriente, di sentire il suo profumo e di respiralo con Caroline.
Nel viaggio in taxi verso l'albergo Caroline non resistette ad estrarre il suo computer portatile dalla borsetta, mi diceva: "Sai, in questi giorni non ho fatto altro che pensare alla nostra casa, agli arredi e agli spazi, poi ho conosciuto un'artista che lavora a Londra e mi ha fatto vedere i suoi quadri, è molto brava ed ora va per la maggiore nelle gallerie".
Io non avevo per niente voglia di pensare alla casa in quel momento, mentre un taxi spericolato percorreva all'infuriata chilometri di cemento in direzione di Hong Kong, ma si sa come sono fatte le donne, quindi per non discutere accettai di guardare le opere dell'artista.
Scorrevo i titoli per poi fare una selezione veloce con Caroline.
Un quadro mi colpì subito, si intitolava "Da Berlino a Hong Kong".
Un grido di stupore uscì dalla mia bocca, tanto che Caroline si spaventò.
Il quadro raffigurava i personaggi del mio sogno, non ci potevo credere!
Mi sentii per tutto il viaggio in macchina ancora parte di quel sogno.
Cosa voleva dire questo?
Mi isolavo ogni tanto a pensare a quel che era accaduto.

Quando finalmente vidi il quadro dal vero me ne innamorai, mi accorsi che ero affezionato a quei personaggi e che loro erano parte di me. Caroline mi chiedeva sempre, una volta entrati in casa a vivere insieme - dopo quattro anni da quel viaggio - come mai ogni tanto fissavo la parete intensamente.
Allora decisi di raccontarglielo. Non a parole, sarebbe stato troppo difficile, così pensai di scrivere un racconto dedicato a lei, come a voler colmare uno dei tanti vuoti tra noi per la distanza, un racconto che ora è stato pubblicato insieme ad altri racconti che ho scritto in un libro intitolato "Da Berlino a Hong Kong". 
Nella vita il caso non è mai solo per caso: sono uno scrittore e penso che se avrò un figlio con Caroline non gli dirò mai che un sogno è solo un sogno.

HOME  |  NEWSLETTER  |  FACEBOOK  |  FLICKR  |  YOUTUBE  |  TWITTER  |  CONTATTACI  |
SCHIOLIFE.COM - Event Marketing
P.I.: 03412980249
E-Mail: