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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:51
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CENTOUNDICI LAMPIONI

Centoundici lampioni*

di Carlo Vanin

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Uno, due, tre…
Ancora qui… o forse qui per la prima volta, sul “Venezia” delle sette e cinquantacinque, giunto in questo momento all’inizio del ponte della Libertà, proprio fra i due leoni di pietra: Elvis e Senzanome.
Come sempre, comincio a contare i lampioni o, forse, li conto oggi per la prima volta.
Quattro, cinque, sei…
“Ce ne sono centoeunodieci!” Sosteneva Humphrey. “One hundred and eleven damned light!”
Centoundici dannate luci, così diceva.
Humphrey.
Veniva giù dall’Inghilterra con una Diane verde ogni estate: conosceva l’Italia in lungo e in largo.
Aveva ragazze dappertutto ma non ce le presentava mai… diceva che eravamo ancora troppo giovani.
Non era vero, naturalmente: era solo geloso e, comunque, a noi poco importava delle sue ragazze.
Sette, otto, nove…
Humphrey ci aveva avvertiti tutti… perché lui sapeva come vanno certe cose.
“Se prendi Elleessedì, dopo c’è sempre qualcuno con te.” Spiegava. “Someone from the other side. Mista Spin!”
Ed eccolo, quel qualcuno che viene dall’altra parte. Ora percepisco la sua presenza senza paura. È con me, nel mondo che mi circonda. Torce per un attimo le dannate luci, trasforma le facce in puzzle e il pavimento grigio del bus in un fiume di plastica che minaccia d’inghiottirmi.
Non c’è paura: quella se n’è andata da un pezzo.
Dieci, undici, dodici…
Sento che il sonno mi prende, ma non è vero e proprio sonno… è Mister Spin che si sveglia e mi fa fare un giretto lungo il vero ponte della Libertà, atroce cordone d’asfalto che non si ferma, che spacca in due la tela bianca della laguna, appena screziata dalle virgole d’inchiostro di briccole e pontili immuciditi.
Somiglia a un quadro che ho visto una volta.
Gli altri dicevano di esserne usciti. Humphrey diceva che non se ne esce mai veramente. Col tempo Mister Spin ti lascia, è vero, ma quello che ti ha fatto vedere lo vedrai per sempre, se vorrai. Sotto le cose, dentro le cose.
L’autobus frena, sussulta, vibra sotto il mio sedere. È fermo, ora.
“El soito sciopero.” Fa una voce, dietro di me.
“Eh, sì!” Sussurro io alla laguna.
Ecco a che quadro somiglia: “Il sole nel suo scrigno” di Tanguy. Un giorno porterò una ragazza a vedere quel quadro. Sarà la mia ragazza.
La luce e la nebbia si confondono e ci avvolgono: Mister Spin sta organizzando il gran finale. Se mi concentro posso vederlo: piccolo omino con la faccia a spirale e tuba nera che scava fra gli interstizi del reale, svuotando gli armadi segreti del cosmo di fronte a me, mostrandomi quello che ci tiene in piedi.
Venti, venti, venti… il mondo è fermo. Decido di affrontarlo e, per un attimo, cedo ancora alla paura che mi precludeva il disvelamento delle cose le prime volte.
C’è una grassona, seduta davanti a me, avvolta in un sudario stampato a fiori verdi. So che è un demone cannibale, un’entità mostruosa uscita da un’aerografia di Giger. Bizzarri occhiali da sole nascondono i suoi occhi. La sua bocca perennemente ruminante rientra dentro la faccia.
Sta cercando di autodivorarsi perché qua fuori ha già mangiato tutto.
No, non è così, dice Mister Spin. Non tutto.
L’autobus ha un nuovo sussulto e riparte.
Ventidue, ventitre, ventiquattro…
Un colpo di tosse introduce una seconda presenza alla mia sinistra. Cerco di voltarmi per accoglierla in me ma… mio Dio: il suo solo profumo mi costringe a voltare nuovamente il capo verso la laguna.
Non l’ho vista ma so… so che è la creatura più bella che Mister Spin abbia estratto dal disordine dell’universo. So che se vedessi il suo viso anche solo per un secondo morirei d’amore. Il cuore mi balza in gola.
Volto ancora timidamente la testa, scorgo la sua gonna nera, la camicetta bianca, lucente.
E quel profumo…
Forse cinquanta, forse cinquantuno, forse cinquantadue…
Tlak. Poi arriva lui. È seduto vicino alla cicciona, non so chi sia. Chiude e apre velocemente il suo diskman, estrae cd masterizzati da una custodia rossa, li ascolta per poco, forse solo per una traccia, poi li cambia.
È veloce, velocissimo. Trema da quanto è veloce.
Per un attimo tremo anch’io.
Se non ci fosse lui la grassona vincerebbe e ci mangerebbe tutti, compresa la creatura di bellezza al mio fianco.
Ma lui è qui e nessuno conosce le cose come lui. È Dio, lo so… o forse è Humphrey tornato dal mare che l’ha inghiottito, lo stesso giorno in cui io e i ragazzi ce ne siamo andati, tornando alle nostre vite, dopo le vacanze d’estate.
“I ga trovà el so portafojo su a spiagia.” Mi spiegò il Massi, uno dei nostri. “Se ga butà in mare, vecio. Xè ‘ndà fora co tuto.”
No… è andato fuori DA tutto. E ora è qui con me e sorride senza paura a colei che ha creato l’universo con un colpo di tosse.
D’un tratto, la voce di lei spezza l’ordine apparente delle cose. È la voce dell’angelo dell’annunciazione, fatta da parole d’oro.
“Scusa, com’è quel Cd?” Chiede al Dio del diskman indicando il compact che sta tra le sue mani, su cui campeggia la scritta “Amnesiac” in pennarello nero.
Conosco bene quel cd, lo ascoltavamo spesso sulle spiagge della nostra estate di fuoco.
Forse settanta, forse settantuno, forse settantadue…
Dio sorride alla creatura di bellezza, le porge gli auricolari e sussurra: “Senti.” Non gli serve nient’altro per farla sua. Un brivido mi percorre lo scroto, m’irrigidisce il pene.
Dio scorre velocemente le dita sui tasti del diskman, trova la canzone desiderata, la numero due: Pyramid Song.
La ascolto anch’io, me la fa sentire Mister Spin che occhieggia dalla laguna, sollevando la tuba a mo’ di saluto. Per la prima volta, non sorride.
Mi sta abbandonando. Come io sto facendo coi ragazzi. Come Humphrey ha fatto con noi.
Mi ricordo le sue ultime parole smozzicate, mentre fingeva di prendere la sua Diane per tornare su in Inghilterra.
“C’è chi resta e c’è chi va.”
Io sono restato, lui se n’è andato.
Novanta, novantuno, novantadue…
La cicciona si fa aria sventolando una guida tv, la creatura di bellezza parla amabilmente con Dio del concerto di Bjork. Sanno di aver vinto, di aver salvato l’universo dalla cicciona. Lo so anch’io… l’ho visto per un attimo, per questo breve ultimo viaggio.
Sto per piangere ma non me ne vergogno.
Io resto qui, a iscrivermi all’università, a trovare una ragazza con cui costruire l’universo, a cercare di diventare uomo. Però certe cose… certe cose non se ne andranno mai via. So che partirete, un giorno, che troverete la vostra strada come io voglio trovare la mia, so che la vita ci dividerà, che quello che è stato non potrà più tornare. Perchè sarebbe sbagliato fermarsi, restare.
Centotre, centoquattro, centocinque…
E io vi vedo tutti adesso, il Massi col suo cappello da marinaio mentre ci prova con le tedesche, Bago, mentre guida ubriaco a trenta all’ora, Ranocchio e la sua lista di dvd masterizzati, il Gavi, che andava a parlare con la gente che sapeva dove, quando e quanto. E Humphrey, che ha viaggiato e viaggiato e viaggiato tanto, fino alla fine della sua vita. Perchè, come diceva lui, quando hai la testa malata è l’unica cosa che ti resta da fare.
Centosei, centosette, centootto…
E vedo me stesso, un ragazzino pallido contro i raggi accecanti del sole d’estate, uno sghiribizzo che si agita fuori tempo in tutte le discoteche della pineta, un puntino nero in viaggio, assieme a milioni di altri puntini neri, sul Venezia delle sette e quarantacinque.
Infine, vedo Mister Spin.
Ecco che torna per l’ultimo saluto: apre a dismisura l’ultimo tratto di laguna, solleva Venezia nell’aria, fra le nuvole, la fa splendere come un diamante.
Sì, io ho visto la bellezza. L’ho toccata, l’ho amata.
Addio Mister Spin, Addio Humphrey, addio ragazzi. Vi voglio bene.
Una singola, calda lacrima mi scende dall’occhio sinistro.
Centonove, centodieci, centoundici.

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