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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:51
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AMSTERDAMA

Amsterdama*

di Gianluca Moro

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

fa troppo freddo per fumare e per fare l’amore. fa troppo freddo per cantare una canzone d’amore. fa troppo freddo per cucinare, tirare fuori le mani dalle coperte. fa troppo freddo anche per una sega.
dannato riscaldamento rotto. sarei dovuto entrare nelle vetrine di Amsterdama quell’estate. allora sì che faceva caldo nei pantaloni, il canale era nelle mie mani, le imbarcazioni non fuggivano ma mi portavano, le passanti mi sorridevano, e io sognavo la realtà e non un qualche surrogato.
dannato palazzo dove abito. in questo palazzo c’è sempre puzza di fritto, che ormai è un'abitudine, e quando tira un’aria neutra ti sembra un sapore: tiri con il naso per sentire che gusto ha l’aria senza l’odore di fritto. che poi il fritto a me stanca subito.
fa troppo freddo anche per scrivere, le dita non articolano bene, tanto vale lasciare perdere anche il pianoforte. dalla bocca esce fumo, quando ero piccolo mi piaceva l’effetto del fiato che usciva e col freddo diventava vapore. facevo finta di fumare, e mi piaceva vivere. ora faccio finta di vivere, e fumo per davvero.
sarò sincero con te, che mi hai seguito ovunque da quando sono nato, dalle prime bestemmie alle prime eiaculazioni notturne solitarie, e poi non più solitarie, e poi di nuovo solitarie, e adesso?
sarò sincero con me stesso, con la mia fortuna alterna? ma la fortuna non esiste, è un’invenzione dei perdenti e dei vincenti. per noi che non abbiamo né sorte né direzione, per noi che si sta in piedi per miracolo naturale, per inerzia spirituale, per noi che non esistono miracoli né spiegazioni scientifiche, e non esiste fede né ragione, la vita esiste da sola, e non ha bisogno di niente per esistere, né di me né di te.
ecco perché parto per Amsterdama. là so che non troverò fortuna, o qualcuno ad accogliermi. so che troverò soltanto la natura e l’evidenza stessa delle cose, e l’aria neutra senza fritture, e passanti che sono solo passanti, e ponti che sono solo ponti, collegamenti tra esistenze e cose, e i significati si perdono dentro una vetrina, un barattolo di china mi basta. ecco perché parto, e cosa resta delle cose che lascio qui, i miei oggetti di non valore, le persone che non amo, i ricordi che non ho vissuto, le aspettative morte, le piante ancora vive che chissà qualcuno dovrà innaffiare?
non resta niente se non un idioma sospeso che non sa parlare e che non dice niente, una regola non rispettata come salutare chi parte, nessuno mi dovrà salutare, perché io non vado via. parto, ma non vado via. parto per Amsterdama, la mia morte, la mia sposa. parto per la città che non mi ha chiamato e non mi ha cercato, parto per la democrazia confusa, per una lingua straniera che mi fa le boccacce, parto per le bocce di vetro nascoste in paltò leggeri, perché là non fa mai freddo anche quando fa freddo.
mi ricorderò di me quando sarò partito? o non appena giunto ad Amsterdama comincerò a far finta di niente ogni volta che m’incontrerò e sentirò salutarmi da dietro? non mi girerò, continuerò a camminare lungo i canali su e giù dai ponti facendo attenzione ai trilli dei campanelli, alle precedenze pedonali, e non darò confidenza agli sconosciuti, a quelli che di te, Amsterdama, non sanno niente.

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