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venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:55
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AEREI DI CARTA

Aerei di carta*

di Walter Firpo

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà

Sono disteso su di un prato. Il contatto dell’erba fresca e umida infonde nel mio corpo macero e ubriaco una disinvolta serenità. La mia mente vaga nei sapori del vento, libera da ogni apprensione.
Seguo la scia di un aereo e penso: “Qualcuno mi ama…”, sorrido, “No, qualcuno sta viaggiando!”.
Chissà quali mete per quelle persone, mentre io son lì fermo. Tante storie incrociate in un mezzo di trasporto.
Allora mi lascio portare lontano; sono in volo e scorcio le Alpi dal sommo del cielo, con la visuale degli dei.
Tra i viaggiatori riconosco il capo di lei. Provo ad alzarmi per andare a conversare con la stessa. Ma la cintura mi trattiene e mi proibisce di farlo.
Fuori dall’oblò le nuvole giocano a creare creature fantasiose, mostri marini nell’epoca post-moderna. Ma nessuno li teme. Nessuno teme più nulla ormai!
Penso a quante persone immobili nella loro quotidianità scrutano amori e rancori nella mia scia.
Frattanto l’aereo comincia a discendere. Penetra in una cortina di nebbia che oscura ogni realtà.
Mi potrei porre infinite domande che non mi sovvengono.
Mi viene in mente lei. Ma non è più al suo posto, non la scorgo più.
Il mondo riappare e atterriamo su una pista piena di colori sgargianti. Più rapidamente del consueto, scendiamo. L'ho vista uscire dal velivolo e la seguo. Attraversando il boccaporto la luce del sole mi acceca e poi non so più dove sono. Mi ritrovo catapultato in un luogo che è tutti i luoghi nei quali sia stato. Il traffico è intenso, come a Londra; l’arte ispirata, come a Barcellona; le strade mistiche,
come a La Valletta; il mare lucente, come a Genova; la Guinness è buona, come a Dublino e le torte come a Monaco di Baviera.
Mi perdo negli odori che pervadono questa straordinaria città e, in vero, distinguo il suo profumo e la rincorro. Affronto vicoli umidi e luridi, che si aprono in ampi violoni alberati e intonsi, il cui punto di fuga è in una reggia sfarzosa.
Cattedrali e edifici bellissimi sorgono nel mezzo di fast-food e centri commerciali; insegne luminose e musica dance soffocano nella tenue luce di un tramonto color ocra dal quale s’effonde una musica malinconica.
Nella calca di uomini tutti uguali, compiono scorribande piccoli verdi folletti, golosi di zucchero filato rosa.
Ma la chioma castana di lei mi è di nuovo evidente. Il suo inseguimento mi conduce in luoghi inusuali. Solo dopo capisco siano le terre da me ambite. E, mentre, in una strada afosa, mi assalgono i tori (Pamplona), all’angolo, trovo una stazione di servizio, dove si mangiano hamburger enormi (U.S.A.). Finito il panino, lascio le patate fritte affogare nel ketchup e mi dirigo in bagno.
Attraverso gli stipiti della porta contrassegnata dalla scritta “W.C.” sfugge una luce sfolgorante. 
Presuppongo chissà quale meraviglia dietro di essa. Apro la porta e vado oltre. Sono in una larga via dalle proporzioni perfette e ideali, affollata di colbacchi (San Pietroburgo). E dietro di me, nessuna porta. Avanzo nei varchi tra la gente che ella ha aperto, precedendomi. La sua testa è inconfondibile, eppure la perdo. Giro l’angolo e vedo cupole dorate e oblunghe, sembrano deformate (Istambul). Seguo il suo profumo sino al porto, dove sono casse e botti piene di mercanzie. Curioso in una botte e vi sprofondo dentro. Così riemergo in uno splendido mare, dove tutto è bianco e azzurro (Grecia). Riprendo fiato e mi immergo ancora. Dall’interno apro il coperchio di un’altra botte, in un altro porto. L’odore di famose brioches mi sorprende e salgo sino alla cittadella. Lì cantano ancora i cantori (Lisbona).
Due mani delicate mi coprono gli occhi; è lei. Indovino; ella mi libera lo sguardo. Vedo solo cielo da tutte le parti e lei. Il vento è leggero e amabile.
Nel suo volto scorgo le donne della mia vita; il suo volto è bellissimo e irripetibile. Ella ha il volto angelico di Giulia; ella ha il volto sfacciato di Margherita; ella ha il volto nobile di Flavia; ella ha il volto timido di Marta; e ha il volto spregiudicato e incurante di Maeva e il volto schizzato di Elisa.
Ella, in realtà, non ha volto.
Non trovo parole e non pongo domande. Ella mi fissa, esse mi fissano, immobile, immobili e mistica,
mistiche. È come avvolta da una patina luminosa.
La contemplo. Pare un’effige sacra.
Ella non mi sussurra alcunché, ma la sua voce mi giunge chiara: mi svela un segreto che, perché tale, terrò per me. E allora mi abbaglia la sua luce, che improvvisamente esplode.
Sbatto gli occhi e li tengo socchiusi per ripararmi dalla luce fendente del sole, ancora alto.
Sono disteso su di un prato. Stringo le dita d’istinto e mi ritrovo in mano un piccolo fiore. Un oggetto mi colpisce il volto: è un aeroplanino di carta.
Paola viene a raccoglierlo, mentre gli altri miei amici ubriachi sghignazzano.
“Che fai Walter?”. Paola è bella.
Prendo l’aeroplanino e lo lancio. “Volavo un po’!”, rispondo e lei sorride.

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