HOME  |  NEWSLETTER  |  FACEBOOK  |  FLICKR  |  YOUTUBE  |  TWITTER  |  CONTATTACI  |
venerdì 28 aprile 2017 - Ore 15:54
Ricevi tutte le novità del nostro sito web direttamente nella tua E-Mail, iscriviti alla nostra newsletter !

 
46 KILOMETRI FROM HER TO ETERNITY

46 kilometri From Her to Eternity*

di Marzia Sopelsa

 * Il racconto ha partecipato alla terza edizione di Culturexpress, concorso di narrativa a sezione unica dal titolo "Aerei di carta" organizzato nell'ambito del Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei in collaborazione con RaccontidiCittà 

Ogni volta che mi aggiusto la tracolla della borsa prima di salire sul regionale 5708 Venezia-Castelfranco Veneto, mi viene in mente che avrei tanto voluto una chitarra. Avevo 13 anni, volevo ardentemente una chitarra e mi sono ritrovata con una pianola elettrica. Tasti di un bianco polveroso e plastica che al tatto sembra quasi imburrata, fili per la corrente lunghi come sudice bisce nere e un libretto di istruzioni scritto persino in Suomi, al posto di legno e venature calde da seguire con la punta delle dita e sottili corde tutte tese come le vibrisse di un gatto attento. Ma io non lo capisco neppure adesso che sono grande, perché l’ho avuta quella pianola, ché una chitarra costerà più o meno uguale, no? Una pianolaelettrica non è una chitarra, DioSanto. Non te la puoi caricare in spalla e portartela a spasso per il mondo mentre impari a strimpellarla aspettando la coincidenza per il prossimo viaggio. Università della musica itinerante, con scarpe leggere a macinare chilometri di paesaggi e spartiti. Protetta in una custodia di stoffa trapunta con ritagli di tessuti tutti diversi, capienti tascone applicate con fili colorati in cui tenere il plettro e qualche spartito, la chitarra in spalla e timidi tentativi di concerto nello scompartimento deserto di un treno. 
Di certo sarebbe all’imbrunire, quando le luci elettriche nelle carrozze non si sono ancora accese e la penombra tra i sedili è azzurro liquido come il cielo fuori dai finestrini impastati di polvere e sorrisi riflessi; quando la sconosciuta incontrata scavalcando una valigia in corridoio sembra nascondere chissà quali storie nei lineamenti del volto che si sciolgono in notte. Sarebbe all’imbrunire, proprio nell’ora in cui comincia ogni viaggio che si rispetti.
Ma no. Non la chitarra. La pianolaelettrica. Una pianolaelettrica ha – per sua stessa definizione, anzi, quasi per missione – bisogno di elettricità. Di un muro – mattoni – fili, una presa per la corrente. È chiusa da pareti, ecco. Ti fa passare la voglia di viaggiare, una pianolaelettrica. Abbandonata dentro la sua scatola dal design anni ’80, pare appostata sotto il letto, in quel buio denso di incubi pelosi e aggrovigliati – ché, sotto il letto, si sa, abitano mostri ben più terrificanti di quelli che amano nascondersi nell’armadio tra il soffice di sciarpe e maglioni – pronta a morderti le dita dei piedi non appena ti vede far scivolare via le pantofole. Ad un certo punto però, ti vergogni di non saperla suonare. Ti vergogni quasi quanto il pomeriggio della prima parolaccia, urlata in faccia alla biondina caschetto perfetto, ed i rimproveri di tutti, tutti – tranne tua nonna, la chiamavano generale, piccola e tracagnotta carattere duro come il pane raffermo ma con te dolce, severa e un po’ dolce, caramelle Rossana e panini con il sugo dello spezzatino, e quei due cucchiaini di caffè zuccherato che ti regalava dalla sua tazzina, dopo pranzo, dolci come nessun’altra cosa al mondo. 
Quisquilie. Piccole cose da portare in viaggio, anche quando viaggio sono pochi chilometri. 46, per la precisione.
Da Venezia a Castelfranco, sferragliando come solo un vecchio regionale sa fare, grembo metallico cui abbandonarsi per 54 minuti, una nicchia spazio temporale che custodisce miriadi di impronte sbiadite e punge il naso di polvere stantia, il sedile sdrucito in due punti e una densa patina di unto che ricopre il profilo metallico del finestrino, ed io china su una partitura scaricata da internet, soffia 4 - 5, aspira 5, i numeri sotto le note per renderle leggibili e lo stesso vago mistero che accompagnava le ore di fisica a scuola. 46 chilometri di formazione musicale, a pescare ogni tanto dal groviglio organizzato della mia borsa la piccola custodia di pelle slambricciata e l’arcano del suo contenuto, che scivola tra le mie dita sudaticce e incerte silenzioso come un pensiero. Andata e ritorno, fino alla mia fermata – ma il ritorno ha da venire, poi – per intanto 54 minuti che si sono acciambellati tre volte su se stessi, fino a sembrarmi 18.
Mi aspetta seduta dietro alla grande vetrata del giardino d’inverno, così lo chiamano le infermiere veterane, uno stanzone esagonale che dal reparto dozzinanti del Centro Residenziale per Anziani D.S. si apre sul cortile interno dell’edificio, illusione di passeggiate primaverili e di un gazebo protetto da vaporose tende di lino sotto cui sorseggiare una rara miscela di tè orientali. Il pavimento di linoleum tirato a lucido per il sabato quasi appiccica sotto le suole, e inciampo due volte mentre Odilla, affondata nella grande poltrona che ha scelto come suo angolo esclusivo, mi sorride da dentro un vecchio golfino color cenere, striminzito dai troppi lavaggi. Non è proprio mia zia, ma sono sempre stata abituata a pensarla come tale. Da che ho ricordi di mia nonna, ne ho di lei con mia nonna. E l’affetto a volte si trasmette con un balzo, lateralmente, come un pidocchio che salti dalla testa di un bambino a quella del suo compagno di banco. Salta e fa il nido, e quando te ne accorgi
sei già contagiato.
Lei sorride quasi imbarazzata, ascolta, parla poco. Tiene in mano il quaderno da musica che mi ha fatto comprare a Natale, gli angoli ormai tutti arricciati delle nostre improbabili lezioni del sabato mattina. Per le note, il solfeggio, il ritmo. Per la mia educazione musicale, insomma. E per i suoi ricordi di maestra. Dieci settimane di esercitazioni sulla carta, sotto gli sguardi divertiti di qualche giovane operatrice. E ripassare, e tirarle fuori davvero, le note: a casa, canticchiandole prima, quasi per scaramanzia, tra la pulizia del bagno e l’acqua alle piante, senza trovare il coraggio di ‘suonare’ davvero. Fino al saggio finale. Oggi. Una sola spettatrice senza biglietto, e la bocca che si fa asciutta come davanti ad una platea brulicante. Ma lo faccio, senza preavviso, ad occhi bassi ci provo e lo farei ad occhi chiusi se non avessi paura di perdere l’equilibrio e cadere faccia a linoleum dalla mia sedia traballante. ‘From Her to Eternity’ esce aspirata e sembra essere in preda ad un attacco d’asma, ma poi si rilassa un po’ e risuona discreta come a non farsi sentire, strappando un sorriso sdentato al vecchietto in pigiama che si sgranchisce per la sala aggrappato al girello, anche lui di certo spettatore senza biglietto. Poi passa, come se la musica fosse stata risucchiata via nel luogo da cui era arrivata, ed io sono sudata persino dentro alle scarpe e non saprei proprio dire come sia stata, la mia prima esecuzione, se non che è passata. Se non che Odilla sorride tormentandosi il primo bottone del golfino, e vorrebbe bere un tè ma non quello del distributore con il limone, quello che preparano in cucina – è The Star come quello che prendevamo a casa – e provare a fare due passi fuori, sul vialetto che porta al gazebo che non c’è. Ma per uscire fa davvero troppo freddo, così ci accontentiamo di prendere il tè e fare commenti sulla pettinatura
cotonata del Direttore dell'istituto, che transita impettito senza degnarci di uno sguardo. Così, fino al ritorno.

Se affondo la mano nei meandri Mary Poppinsiani della mia borsa da viaggio, la sento subito, fredda al tatto e pulita come ghiaccio artico: la mia armonica a bocca, lucente come uno sperone nuovo di zecca. Ci suono solo alcune canzoni, cinque per la precisione, il metallo che si scalda sotto le labbra e l’aria che prende vita dentro i polmoni, la senti vibrare strato su strato, fino a quando esce calda portandosi via qualcosa della tua umidità. Un’armonica a bocca, da 7 euro e 20. Perché,
lungo la strada, ho imparato a far stare tutto in poco spazio. A vedere spazi immensi nelle cose più piccole.

HOME  |  NEWSLETTER  |  FACEBOOK  |  FLICKR  |  YOUTUBE  |  TWITTER  |  CONTATTACI  |
SCHIOLIFE.COM - Event Marketing
P.I.: 03412980249
E-Mail: